Corrà (Punta) Via Manera-Giglio

L'itinerario

difficoltà: TD   [scala difficoltà]
esposizione prevalente: Est
quota partenza (m): 1219
quota vetta (m): 3300
dislivello complessivo (m): 2000

copertura rete mobile
dato non disponibile

contributors: teo
ultima revisione: 28/07/14

località partenza: Forno Alpi Graie (Groscavallo , TO )

punti appoggio: Bivacco Ferreri

bibliografia: Guida CAI TCI / G.C.Grassi

accesso:
Dal bivacco “Ferreri-Rivero” o “Della Gura” portarsi in circa 45’ sui dossi dove sorgeva l’ormai distrutto bivacco Rivero (discreto sentierino con qualche bollo rosso). Da qui salire facilmente a sx per portarsi sul ghiacciaio sud del Mulinet di cui rimane solo più un rimasuglio dell’imponente seraccata che lo caratterizzava. Raggiungere senza difficoltà la base di Punta Corrà, generalmente priva di terminale (2h dal bivacco).

note tecniche:
Bella via in grande ambiente.
Attrezzatura: 1 serie di friends BD fino al 3, raddoppiare qualche misura media per fare le soste, nut, una scelta di chiodi, martello, piccozza leggera e ramponi (tendenzialmente bastano quelli in alluminio)

descrizione itinerario:
Attaccare lo zoccolo nell’evidente spaccatura diagonale da sx a dx (III, un tratto di IV all’inizio, che bagnato può risultare un po’ ostico), con circa 2 lunghezze portarsi sulla grande cengia che segna l’inizio della parete vera e propria. Prendere come riferimento la larga spaccatura nera che divide la parete in due: la via Manera-Giglio corre sulla porzione di dx. Portarsi in prossimità dello spigolo che delimita tale spaccatura, dove inizia una rampa diagonale da sx a dx. Risalirla brevemente e dopo circa 10m sostare più o meno sotto la direttrice di un evidente diedrino che si scorge 15-20m più in alto (L0). Tale diedrino è delimitato alla sua dx da una specie di pilastro, alla dx del quale vi è una parete chiusa da strapiombi. Sul pilastrino, alla base del diedro, si scorge un chiodo a lametta. Salire su un gradone e attaccare il muro, leggermente a sx della verticale del diedro. L’inizio si presenta aggettante (V) e senza fessure (unica possibilità di protezione è piantare un chiodo mediocre), sfruttando una serie di tacche (molto esposto) ribaltarsi in una zona più fessurata e manigliata (ottima protezione con friend), traversare su una cornice verso dx fino al chiodo a lametta, alla base del diedro. Superato un blocco fessurato risalire nel diedro fin dove la fessura si restringe, portarsi quindi sulla placca grigia di sx all’apparenza molto difficile ma in realtà ottimamente appigliata, superare una scaglia fessurata e ribaltarsi su un pulpito spiovente (6A/6A+, nessun chiodo ma ottime protezioni con friends) (L1: 1 chiodo di sosta con vecchio moschettone). Risalire il diedro successivo fin sotto una serie di lame rovesce e uscire sul bel muretto appigliato e atletico a dx, ribaltandosi su una comoda cornice (tiro breve, circa 15m, V+/6A nessun chiodo) (L2: 1 chiodo di sosta). Dalla sosta salire leggermente a dx su un gradino con alcuni blocchi (ottima clessidra per assicurarsi), traversare quindi decisamente a sx sfruttando una serie di appoggi e tacche (V+ esposto e improteggibile) fino a portarsi in prossimità dello spigolo di sx, salire allora un po’ in obliquo a destra, e quindi dritti, sul bel muro a tacche, sfruttandone i punti più deboli (6A esposto, discrete protezioni con friends), giungendo a una cengia-terrazza (tiro esposto, nessun chiodo presente). Sostare su un blocco (L3). Traversare a dx sulla cengia, superare un passaggio più esposto su blocchi (III+) e salire puntando allo spigolo di dx. Sostare sotto una parete rossastra dove inizia la cresta finale (L4). Salire a dx e superare direttamente lo spigolo su roccia rossastra di buona qualità, continuare seguendo più o meno il filo del crestone con arrampicata divertente e in circa 3 lunghezze arrivare sotto la cuspide finale (L5-L6-L7 difficoltà di III / IV). Superare la breve fessura finale (3m) e arrivare sulla rocciosa e larga punta, a pochi metri dal ghiacciaio del versante francese.
Scendere sul ghiacciaio solitamente ben innevato (attenzione ai possibili crepacci) e traversare a sx (faccia a a valle) fino al colle di Santo Stefano. Il colle è l’ultimo prima delle propaggini della Monfret ed è un caratteristico promontorio (su cui si deve brevemente salire) completamente pietroso e non roccioso come invece le brecce che lo precedono e con le quali potrebbe essere confuso. Dalla sommità del promontorio scendere senza via obbligata ma sempre sostanzialmente dritti (attenzione: soprattutto nella parte alta il terreno, seppur sempre camminabile, è formato da sfasciumi di grandi dimensioni, tutto si muove. Pericolo di caduta di grandi massi). Nella parte bassa puntare a una prua alla cui dx si apre un canale-diedro discendente e a sx il canale nevoso. Giunti sulla prua (raggiungibile scendendo una facile placconata a gradini) scendere nel canale detritico a dx (faccia a valle) fino a giungere sulla cengia che corre tutta sopra la terminale. Qui in base alle condizioni si può scegliere dove scendere sul ghiacciaio, se la terminale è aperta si può fare una corda doppia (portarsi dei chiodi e dei cordoni). Noi a sto giro siamo scesi dove la terminale era praticamente chiusa (ma comunque alto muro non scendibile a piedi), in una sorta di colatoio pieno di pietre, allestendo una doppia su una clessidra formata da due grandi massi incastrati. Da qui facilmente si discende il ghiacciaio. Dalla punta fino all’auto considerare circa 5h. La parete essendo in pieno est può essere attaccata presto.

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