Bernina (Piz) Via Normale italiana dalla Diga di Campo Moro

Bernina (Piz) Via Normale italiana dalla Diga di Campo Moro
La gita
giuliof
13.09.2020

Non abbiamo raggiunto la vetta ma ci siamo fermati a quota 3930 m per sopraggiunto malessere di alcuni componenti del gruppo già duramente provati dall’avvicinamento del giorno precedente. Da quanto riferiscono le cordate giunte in cima, le condizioni della parte alta sono perfette con rocce asciutte alternate da qualche tratto di neve ben consolidata. Cielo limpido e temperature ideali per scalare le rocce della cresta anche senza guanti; presenti molti fix e fittoni che permettono un’agevole progressione in conserva. Il ghiacciaio sopra il rifugio è in condizioni perfette e si supera agevolmente in poco più di mezz’ora, rimesso a nuovo dalle recenti nevicate. La maggior parte delle cordate proviene dal versante svizzero e ora capiremo anche il perché. La salita da Campo Moro è particolarmente lunga ma fino al Passo Marinelli Occidentale è presente un comodo sentiero con ottime indicazioni. Poi si passa sul ghiacciaio basso completamente crepacciato ma con solidi ponti o brevi tratti da saltare che non creano particolari preoccupazioni. Quando si deve entrare nel canalone per accedere alla ferrata incominciano i problemi che già qui hanno respinto qualche cordata che si aspettava condizioni un pochino migliori. Aggirata senza problemi una prima terminale su ottima traccia, alcuni tratti di sfasciumi ricoprono un tratto non trascurabile di ghiaccio vivo dove si è sotto il tiro di scariche continue di ghiaia mista a qualche cocomero. L’attraversamento del Couloir du Goûter, a confronto, è una passeggiata in mezzo alle primule, almeno come l’ho visto io. Si osservano colate di detriti smossi dalle pietre che cadono dall’altro e vengono ingoiati dai crepacci sottostanti. Qui abbiamo usato un chiodo da ghiaccio e fatto sicura con fettuccia su di una masso. Poi risalendo il canale e passando un’altra terminale tenendoci un po’ contro le rocce con un passo valutabile di IV^ siamo giunti alla base della ferrata il cui accesso è assai critico: il ponte è crollato da tempo, l’accesso è parecchi metri più in alto ed il primo di cordata deve sporgersi sul crepaccio allungando la picca fino ad agguantare gli occhielli di qualche cordino penzolante dall’alto mentre qualcuno gli fa sicura con le picche o i chiodi da ghiaccio per non finire 20 metri sotto. Nel medesimo punto, al ritorno, è necessaria una calata obliqua all’interno del crepaccio per uscire poco a valle e riprendere il ghiacciaio: elevato rischio di pendolo… e qualcuno è pendolato. La ferrata è agibile anche se a tratti ci sono ancoraggi divelti dalle scariche della parete; tutto sommato facile ma non è certo tra le più belle che ho percorso, ci sono scale ballerine, servirebbe una prolunga per essere meglio fruibile a fine stagione quando il ghiacciaio si ritira. Giunti al rifugio con le frontali accese accolti dall’abbaiare del famoso cane già menzionato da altri relatori. Rifugio essenziale con signora molto gentile e disponibile, stanze comode, sala discreta ma locale scarponi molto piccolo con ressa la mattina prima della partenza; l’ottimo trattamento ricevuto nei più famosi rifugi frequentati quest’anno, qui ce lo possiamo dimenticare. Due giornate belle piene che ci ricorderemo per un pezzo. Transito vietato sulla diga per lavori in corso, bisogna fare il giro dalla sterrata in basso, ma un addetto ci ha permesso di passare lo stesso, al ritorno abbiamo scavalcato le transenne.

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