- Accesso stradale
- RAS
Bellissima gita in ambiente estremamente solitario e selvaggio, in terreno d’avventura totale.
Grazie all’abbondante innevamento abbiamo messo i ramponi subito dopo la salita della morena al Col di Fea, a quota 2750 circa. Da qui si abbiamo salito il facile nevaio, poi abbiamo traversato a sinistra sempre su neve per portarci sul vero e proprio ghiacciaio della Levanna (quello un tempo ampio che si vedeva da Torino anche a stagione inoltrata), facendo solo un tratto di 10 metri su sfasciumi: grazie all’abbondante innevamento il ghiacciaio sembra grande come anni fa e permette di arrivare comodamente, passando alla larga dai pochi crepacci che si vedono e dalle terminali, alla base della cresta da dove si ha una vista incredibile verso Nord sulla Valle Orco. Qui abbiamo tolto i ramponi e siamo partiti in cresta: sembra un incrocio tra un castello di carte e una pila di piatti… è peggio di entrambi. L’arrampicata non è mai difficile (un paio di tratti fino al III), ma una pietra su due si muove, anche quelle molto grandi, bisogna prestare moltissima attenzione e muoversi sempre delicatamente, ci va esperienza nel muoversi su terreni del genere. L’ultima parte della cresta è poi molto esposta e i passaggi vanno sempre ricercati, ci sono sì e no 3 ometti in tutta la cresta. Arrivati sulla cima vera e propria dove c’è un grosso ometto bisogna ancora seguire la cresta per circa 250 metri, sempre molto esposta, aggirando eventualmente alcuni torrioni lato Francia, fino ad arrivare alla cima con la piccola croce e la targa (che in verità è qualche metro più bassa della cima Est). Noi, andando lenti sul sentiero in salita e sul ghiacciaio ma abbastanza spediti in cresta, ci abbiamo messo 7 ore dal Daviso. Sul libro di vetta risulta che nessuno era più salito da agosto 2023.
Discesa da ricercare, si torna indietro 50 metri fino a un ometto, per scendere abbiamo trovato un curioso passaggio dentro un buco nella roccia che porta in una piccola terminale perché sarebbe stato impossibile scendere per neve marcia a 70 gradi. Moltissima neve anche sulla normale, fastidiosi sfasciumi solo all’inizio, poi traversi e disarrampicata su nevai piuttosto ripidi (fino a 45 gradi), neve continua fino a sopra la lapide: lì dall’alto non abbiamo trovato il passaggio giusto e ci siamo calati su un cordino che abbiamo lasciato in una clessidra. Poi giù comodamente cercando neve continua.
Se si vuole ravanare in ambiente, lontano dalle folle e godendo panorami incredibili che spaziano dalle Alpi Marittime al Rosa comprendendo tutto ciò che sta nel mezzo comprese le cime francesi questa è la gita giusta, a patto di non sottovalutarla limitandosi a leggere la gradazione “PD-“. A mio avviso, paragonandola a molte altre cresta nella zona tipo la Cresta dell’Ometto o la Cresta del Nivolet, questa va classificata non meno di AD-, per lunghezza complessiva, qualità pessima della roccia, esposizione, scarsa frequentazione e attrezzatura nulla (trovato solo un friend incastrato poco sotto la prima cima). Certo i passi di arrampicata non superano mai il III grado ma qui ci sono altri tipi di difficoltà.
In queste condizioni non è per niente banale anche la discesa sulla normale.
In ogni caso la gita è da fare con tanta neve che evita tutti i tratti su sfasciumi fortemente instabili.
Con Anna, stanca ma felice di questa bella avventura fuori moda.
Un grazie speciale a Carlo e gli altri volontari del CAI Venaria per l’ottima accoglienza al Rifugio Daviso! L’ambiente della Gura è semplicemente incredibile.