Grandes Jorasses, parete Est – Via Gervasutti-Gagliardone

Grandes Jorasses, parete Est – Via Gervasutti-Gagliardone
La gita
fabrizioro
4 08/08/2025
Accesso stradale
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“Si potrà un giorno salire?”. Se a chiederselo era uno come Giusto Gervasutti, qualche motivo c’era: “La parete dalla metà in su si presentava come un unico gigantesco lastrone di granito rosso compatto”. O, per descriverla con le parole di Gian Piero Motti: “Una parete rossa come il sangue, che si alza prepotente sopra un caos di blocchi di ghiaccio ammonticchiati”. Un diamante incastonato tra gli sfasciumi. Quelli per raggiungere l’attacco e quelli che, ricollegandosi all’aerea cresta di Tronchey, conducono ai 4208 m della Punta Walker. Eppure.
Eppure, studiandola bene, il “Fortissimo” intuisce dove passare: “Qualche ruga appariva qua e là, qualche fessura…”. Riuscendo, dopo vari tentativi, a tracciare il suo capolavoro: il 16 e 17 agosto 1942, con Giuseppe Gagliardone, realizza la prima via sull’immane parete Est delle Grandes Jorasses. Un friulano e un saluzzese. Con chiodi grezzi e cunei di legno, corde di canapa e scarponi pesanti. Sempre atletica, impegnativa (vedrà la prima ripetizione nel 1950, la seconda nel 1974), questa via si dipana a zig zag tra placche strapiombanti, fessure cieche e diedri fisici. Con qualche sezione di roccia delicata. Una vera conquista, anche se Gervasutti annoterà: “Niente ebbrezza della vittoria. La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno diventato realtà. Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai”.
In sedici ore effettive di arrampicata, nasce così quella che rappresenta “una prova di preveggenza alpinistica” (questa l’ho rubata allo stupendo “Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti” di Enrico Camanni), in grado di “spostare avanti di vent’anni l’orologio della storia”. Ed è con rispetto profondo e ammirazione che, con Ale, l’abbiamo accostata. Scegliendo di raggiungere i 3491 m del Col des Hirondelles direttamente dal fondovalle, rinunciando alle comodità del Bivacco Gervasutti per evitare di affrontare al buio il terreno “interattivo” dello zoccolo. Una gita in sé, infatti, è già raggiungere la famosa “cengia a banana”, dove – nei pressi dell’attacco – ci sistemiamo per passare alla meglio la notte. Purtroppo, i continui smottamenti ci costringono ad accontentarci di due misere cengette.
In compenso, alle 6.30 già riceviamo i primi raggi. Voltandoci, la sola vista dell’alba sullo skyline di Monte Rosa, Cervino e Grand Combin, ci fa dimenticare i detriti aguzzi con cui le nostre schiene hanno bisticciato per ore. Da lì in poi sarà una successione di tiri tutti da scalare, su una linea sempre da ricercare (non si contano molti chiodi in parete), tentando di scansare i proiettili che arrivano dall’alto. Fino all’ultima sorpresa: le placche finali, dopo le recenti precipitazioni, si presentano ancora ricoperte di ghiaccio e neve… Un suicidio coi piedi in spalmo! Dopo un paio d’ore per “disgaggiare”, riusciamo a passare anche grazie all’antica arte dell’artif. Incrociamo così la cresta di Tronchey, che – non proprio in una manciata di minuti – ci porta in vetta!
Il resto, come scriveva un certo bardo inglese, è silenzio… intervallato solo da diverse nostre imprecazioni alla luna piena, in un’infinita discesa spacca-alluci. A renderla meno monotona, però, hanno contribuito una doppia incastrata, il brivido di qualche crepaccio al limite, e l’emozione impagabile, per la seconda volta nella stessa giornata, di una nuova alba.

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