Corno Grande – Vetta Occidentale traversata Campo Imperatore – Prati di Tivo

Corno Grande – Vetta Occidentale traversata Campo Imperatore – Prati di Tivo
La gita
pgerosa
5 09/09/2012
Equipaggiamento
Full-suspended

Il Corno Grande al GranSasso è la montagna più alta degli Appennini, chissà se ci si riesce a scendere con la bicicletta. E così mi ritrovo solo a Fonte Cerreto per prendere la funivia per Campo Imperatore.
La pompa ce l’ho, camera d’aria, due litri d’acqua, la corda mi rifiuto di portarla, è pur sempre una gita in bici! ho dimenticato la crema solare.
Alle 9 pedalo contento staccandomi dalla piana di Campo Imperatore verso la Sella di Monte Aquila, il tempo per scroccare la crema solare a un viandante e già abbandono la “civiltà”. C’è tanta gente che, complice un meteo splendido, sia avvia festante (siamo romani!) verso la vetta. La toponomastica dei monti abbruzzesi è sempre particolare… dovrò attraversare Campo Pericoli a Conca degli Invalidi, vabbè, facciamo gli scongiuri!
I commenti dei viandanti sono di incoraggiamento: “che bravo!”, “ma come hai portato la bici quassù?”. Data la mancanza di elicotteri in breve la catena diventa optional, bisognerà spingere e “spalleggiare” la bici su per il ghiaione del Brecciaio. I commenti cambiano tono perchè sono posti dove le ruote “non scorrono”: “Sei il numero 1”, “Che coraggio! Ma come fai?”, in realtà sono loro, alpinisti occasionali, a far più fatica e necessitare di più determinazione.
Dopo la Sella del Brecciaio (q. 2506 m), fra le code dei turisti, si inizia ad arrampicare su facili roccette, problema è che con 20 e rotti chili sulle spalle non ho mani per tenermi e in breve stare in equilibrio sui piedi diventa faticoso.
Giunti in cresta il sentiero diviene esposto e chi mi incrocia mi domanda come scenderò: la risposta è lacunosa… L’idea è scendere sul versante adriatico per incontrarmi con gli amici arrampicatori Paolo SPAM e Stefano 3palle che mi riporteranno a Roma, ma la via del ghiacciao del Calderone che d’inverno è facile d’estate si presenta come un ghiaione sopra un salto di roccia e io ho cara la pelle!
In vetta la curiosità incontrata alle quote minori talvolta si trasforma in diffidenza e fastidio per me che svaluto la loro impresa portandomi un oggetto estraneo estremamente gravoso.
Sono le 12 e ho ancora molte energie, finalmente siamo al punto: 2912 metri, ora devo scendere per il Passo del Cannone; questa volta sì che la toponomastica mi piace.
La crestina della vetta è eccitante, passaggi discontinui ma molto tecnici, esposti ma con lo spazio per fermarsi in caso di caduta.
Molti fanno foto, sono una star; qualcuno bofonchia che muovo le pietre (anche se non ne ho mossa nessuna) e che loro sono venuti per una giornata tranquilla. Ma io no! Gli raccomando il casco in montagna, ci salutiamo e scendo.
Mi attende la Conca degli invalidi che fuori dal sentiero tracciato si presenta come un ghiaione di una certa pendenze con qualche saltino di roccia ferma; pensa che ti ripensa trovo la determinazione per scenderlo ma siccome sotto passa il sentiero, dopo aver fatto rotolare due pietroni per qualche decina di metri decido di non rompere le scatole e scendo a piedi, rosicando per il divertimento perso e l’integrale sfumata.
Da ora in poi l’atteggiamento dei montanari è partecipativo, io evito di tirargli serci, loro fanno tifo. Le ruote iniziano a girare ma presto si presenta la ferratina del passo del Cannone.
Faccio un passaggio esposto e smuovo due sassi che cascano giù, un tipo mi sgrida, dice che c’è gente sotto! Mi scuso ma a casa scoprirò che non c’è nessun sentiero sotto.
Dice che sentiero non è per la bicicletta, gli rispondo che una volta non si faceva e mi chiede “ma chi è lei?”.
Si inventa una nuova tecnica di discesa, una mano sul cavo d’acciao, una mano che prende per la coda la bici.
Da qui in poi è il paradiso del vertrider! Sassi mossi, sassi fermi, sassi grossi e sassi piccoli, curve su ghiaia e tornantini stretti, scaloni e ripidoni.
Mi fermano, mi fanno domande, anche belle donne, il chè ha tutto un suo senso.
Le gambe dolgono ma quando passo davanti al rifugio Franchetti non ho il coraggio di fermermi, sono troppo strano.
Alle 13 caffè al bar della Madonnina, ho fatto una cosa, sono soddisfatto e non mi sono preso rischi. Ho inventato, ho improvvisato, ho anche pensato.
Ma sono ancora a 2000 metri e ho ancora tanta discesa che farò sulle orme si Stefano di Adrenaline Prati di Tivo e i suoi amici giù per la cresta fino a Cerqueto e la mulattiera fino a Cusciano, la strada fino a Montorio.
Si alternano faggete, fossi, pratoni e macchie; paesi, fontane, chiacchere e risate.
Guardo l’atimetro, ho sceso da 2912 a 264 metri. Certo molti passaggeti li ho saltati, bisognerà tornare a colpetare l’opera: la discesa più lunga degli appennini.

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