Cinto (Monte) da Haut Asco

Cinto (Monte) da Haut Asco
La gita
barrosismo
4 22/08/2012

Se proprio lo vogliamo definire escursionismo questa è una gita EE/F. Ci sono molti passaggi in arrampicata facile, ma anche lunghi tratti esposti. Non sottovalutate questo itinerario.
Una giornata indimenticabile! Partiti dal piazzale del rifugio prendiamo per errore il sentiero del GR20. Visto il caldo e la stanchezza già nelle gambe, decidiamo che sarò solo io a provare la vetta del Cinto. Dal parcheggio prometto ad Eleonora, che nel frattempo esplora la bellissima zona, di fare in fretta così da essere al più presto in spiaggia nel pomeriggio. Salgo velocemente i passaggi di roccia sopra al ponticello, poi l’immensa pietraia, complice i 36°C mi sfinisce. L’ambiente è severo ma si respira la vera aria di alta montagna, veramente un gran posto. Sotto la parete N del Cinto la traccia aggira la montagna. Per fare questo ci sono lunghi saliscendi e qui spesso si perde l’orientamento a causa dei bolli un po’ difficili da vedere. Mannaggia a me che do retta ad un francese. Questi è sicurissimo della via intrapresa, ma, nonostante i miei continui dubbi, ci fa finire in una zona di massi giganti ed instabili, alla fine saranno quasi altri 100 m regalati. Scendo veloce, rischiando ginocchia e caviglie,e sono fuori dal dedalo di sfasciumi tanto caro al francesone. Finalmente mi scollo di dosso il socio temporaneo, che faceva finta di capire l’inglese. Arrivo sulla vetta, contraddistinta da una pericolante croce di legno con alcune bandierine tibetane. Il panorama da gustare è ottimo, nonostante la foschia da calore anticiclonico. Scendo in fretta saltando e cavalcando un mare di pietre. A quota 2300 incontro un trio di polacchi con tanto di chitarra! Purtroppo in un attimo il cielo da azzurro e sereno si copre e si scatena un temporale tremendo. Non c’è nemmeno un riparo e mi prendo secchiate d’acqua in testa. Scendo sulla roccia con l’acqua alle ginocchia. Ci vorrebbe una muta e delle pinne, altro che scarponcini! Nei momenti in cui è ripidissimo, e non sono pochi, diventa una discesa alpinistica. Un gruppo di inglesi rinuncia saggiamente alla vetta e riesce a calarsi da un passaggio solo grazie ad un corda fissa messa all’occorrenza. Più tardi mentre disarrampico un banale diedrino (grazie al cielo con zero esposizione!!!) un boato clamoroso mi scaraventa 3 metri più giù. Un fulmine ha polverizzato un vicino ometto, pietre e schegge sono sparate un po’ dappertutto, ma per pura fortuna mi arriva in faccia solo un po’ di polvere, nessuna conseguenza se non un graffio sul braccio per la caduta. L’odore di zolfo è penetrante, sono paralizzato dallo spavento. Che fare? Dopo un paio di minuti immobile e annichilito sotto il solito imperterrito diluvio, decido che non posso far altro che scendere, visto che vedo splendere il sole poco più a valle. Perdo non so quante volte la retta via, anche per le gambe molli per lo spavento. In pratica faccio canyoning, visto che l’acqua non è mai alta meno delle mie caviglie. Il temporale finisce e posso arrivare alla macchina senza altri problemi. Eleonora ignara di tutto mi chiede serena:”ma ha piovuto là sopra?”. Racconto l’episodio e prendiamo la saggia decisione di scappare al mare a Ile Rousse per smaltire fatica e spavento.

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