Forums Gulliver Bar Gulliver Rischio: condizione o causa dell’alpismo?

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    • #836003

      Ajax ha scritto:

      E’ fatto incontrovertibile che il “rischio” sia stato da sempre un valore irrinunciabile dell’alpinismo.

      Senza il rischio, nel praticare l’alpinismo e dunque la scalata (intesa in senso più generale), non vi sarebbe quella magnifica componente ideale, spirituale (in senso laico) ed emozionale, che ha reso questa disciplina differente da qualsiasi altro sport. A ciò si aggiunga la gratuità dell’azione, il non abituale confronto diretto con altri (a differenza dell’arrampicata sportiva) e l’apparente inutilità. L’elemento rischio, che si traduce nell’incertezza della riuscita, nella reale possibilità di cadere anche con gravi conseguenze e, addirittura, nella possibilità concreta di morire, rende l’alpinismo una disciplina alla quale non di rado si è tentato di dare delle spiegazioni di ordine prettamente filosofico ed “etico”.”

      Sollecitato da Gnerrone io ho risposto commentando la prima fase di ajax

      Secondo me il fatto di svolgersi in un ambiente ostile e quindi rischioso non qualifica in modo specifico l’alpinismo rispetto a qualsiasi altra attività umana che si svolge in condizioni simili.

      Se il rischio fosse un valore irrinuciabile non si capirebbe perchè la storia dell’alpinismo sia stata anche la storia dell’evoluzione dei mezzi di riduzione del rischio, evoluzione che ha permesso la esplorazione di terreni sempre più impervi e ostili.

      Questa esplorazione, che si chiama avventura credo sia il valore irrinuciabile dell’alpinismo.

      A mio giudizio Ajax confonde la condizione in cui si svolge una azione con la sua causa, cioè il motivo per il quale si pratica.

      Mi pare cu sia stato Messner a dire: “In montagna non vi è nulla se non ciò che l’uomo vi porta”.

      Ora, indipendentemente da chi l’abbia detto, questo è un pensiero che io condivido, e che mi porta a pensare che l’avventura dell’alpinismo sia la conoscenza di se. L’alpinismo è a mio giudizio un cammino dentro di se che richiede sia il coraggio di guardare alla propria forza, al proprio coraggio, alla propria determinazione come alle proprie paure.

      Il fattore rischio fisico è un elemento catalizzatore dell’esperienza alpinistica, è un elemento che assolve la sua funzione indipendentemente dalla quantità con cui entra nell’eperienza stessa.”

      Liviel riporta una interessante citazione di Bonatti:

      “L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori del profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.”

      (cit. Walter Bonatti)

      E, sempre liviell, aggiunge:

      “Il bello è che questo concetto lo si può applicare a salite come quelle che faceva lui, ma è altresì applicabile ad una normalissima via attrezzata in montagna. Certo la “quantità” del fattore “avventura” sarà diverso, ma il concetto è il medesimo.”

      Pensiero con cui io concordo

      Secondo voi, in quali termini si può porre correttamente il problema?

    • #855623

      Non saprei aggiungo per alcuni dati giusto per mescolare meglio le carte:

      – non è vero che l’alpinismo è differente da qualsiasi altro sport grazie alla componente rischio o la sua ricerca volontaria ( recandosi in montagna ) Anche per esempio tutte le attività di volo o di vela ne hanno a bizzeffe e anche meno calcolabili di una via di roccia. Idem dicasi per il surf. Direi la dove c’è un elemnto naturale e imprevedibile e che costituisce una difficoltà. Nel caso del surf poi lo sport è praticabile solo con una certa dose di rischio ( senza onde manco ti muovi ! )

      – Di sicuro il rischio fa parte delle cose che ricerchiamo nell’alprinismo o anltr attività sportive che ne contengono una certa quantità

      – Il rischio di per sè non è oggetto di ricerca ( altrimenti basterebbe andare in tangenziale tutti i giorni nei giorni di punta e ci sono milioni di persone che lo fanno ma non ci godono 9

      – Non definirei la storia dell’alpinismo come la storia della riduzione del rischio ma come la ricerca dell’innalzamento del limite attraverso o l’aumento del rischio ( dalla normale al m viso a quella all’everest per esempio ) o un diverso grado di compromesso tra possibilita di passare e salire e artificio tecnico ( dai ramponi a dieci punte fino ai friends etc.. alcuni di volta in volta giudicati leciti o illeciti ) trasportabile anche nella disciplina della arrampicata sportiva che ha innalzato il grado ma discute su quale prestazione vale di più in base a categorie tipo ” a vista” con spit, senza, protezioni già messe etc. dove conta sia la gestione del mezzo tecnico, sia il livello di rischio ( in due con a disposizione tutta la ferraglia del mondo oppure in free solo ). Si può qui discutere a lungo se il mantenere un certo grado di rischio sia un valore in sè o il risultato di un ceto compromesso etico ( a titolo di esempio, è molto più rischio andare a fare la cresta est del viso in free solo che farsi una via di 7a ben spittata. Eticamente forse la prima è più pulita come prestazione ma tecnicamente è inferiore – o cosi di solito giudicata_ ).

      – Mantenere un certo livello di avventura mi sembra fondamentale.. il problema è capire che l’avventura è un valore molto soggettivo, se il parametro usato è il rischio. Se per qualcuno è avventura un normale AD su un 4000 per altri lo è andare a ravanre in un bosco fuori sentiero e per altri ingaggiarsi su una via di 10 tiri di 7c. con o senza spit a seconda dei gusti ( senza direi più rischioso e forse più etico nel senso di rispetto della roccia- ma non è questo il punto ora -)

      – Mi terrei per buona l’idea, questa credo di bonatti da cui probabilmente messner cita, che la montagna di per sè non sarebbe che un grande mucchio di sassi e che l’avventura è data da chi ci va.. Il problema nasce solo dalla nostra mania di dover fare delle competizioni dal valutare la prestazione dal dire cosa vale di più o di meno.. Se limitassimo il grado alla funzione di aiuto per dire agli altri a che cosa si va incontro e non per dire quanto siamo più o meno bravi l’80% dei casini sarebbero risolti. Il grado di avventura e di rischio dipendo in toto o quasi da chi va e dove.. posso vivere molta più avventura e rischio io su una sconosciuta via di III senza cartinae descrizione che qualcuno che va a fare una via di 6c ma arrampica sull’8a abitualmente e ha davanti a se una fila di spit o una bella fessura da riempire di friend.. L’importante è garantire a tutti le diverse possibilità.. E credo che per farlo le categorie migliori siano: rispetto della roccia e della natura ( non riempire tutto di bolli rossi, non riepire tutto di spit, non mettere funivie ovunque, non fare strade ovunque etc.. ma mantenere una certa misura e un ragionamento più ampio sul senso del limite ( perchè devo salire ovunque ? se per farlo ho bisogno di 20 friends, o di 20 spit o di 20 bombole di ossigeno o di 200 portatori etc.. forse posso raggiungere lo stesso livello di avventura rischio facendo una cosa più facile e “inquinando” di meno )

      A voi il gioco..

    • #855637

      steve house sul retro del suo pick up aveva un adesivo:”bonatti is god” ho detto tutto….

    • #855640

      alkurtz wrote:


      E, sempre liviell, aggiunge:

      “Il bello è che questo concetto lo si può applicare a salite come quelle che faceva lui, ma è altresì applicabile ad una normalissima via attrezzata in montagna. Certo la “quantità” del fattore “avventura” sarà diverso, ma il concetto è il medesimo.”

      Pensiero con cui io concordo

      Secondo voi, in quali termini si può porre correttamente il problema?

      Il commento che ho aggiunto voleva riferirsi più che altro a questo:

      se vado a ripetere una via e la relazione non mi dice proprio tutto tuttissimo, posso anche usare il cervello e adoperarmi per risolvere determinate situazioni (a volte spiacevoli).

      Mi riferisco quindi a tutti quelli che si lamentano se manca la virgola sulla guida, o che bestemmiano se non c’è lo spit dove gli era stato detto.

      Uno si può anche arrangiare no!? Senza per forza rischiare la vita.

      Tutto li.

    • #855642

      caro pastore, vediamo qual’è la “differenza” tra alpinismo e altri sport.

      Innanzi tutto occorrerebbe evidenziare la stretta analogia che intercorre tra “ascesi” e “ascesa”, riferendosi in modo corretto all’etimologia dei termini. Ma qui non basterebbe nè il tempo a disposizione nè lo spazio (si legga anche l’interessante saggio di Steinitzer: “Psicologia dell’alpinismo”, oppure Dalla Porta Xydias in “Metafisica della Montagna” e Zeper (cit.)). E’ in ogn caso su questa relazione che l’alpinismo basa la sua componete “spirituale”, o “ideale” se preferisci, e che lo rende unico e diverso da tutte le altre attività. Qui dunque stà anche il valore simbolico/metaforico della vetta ed il valore “rituale” dell’ascensione. Cerca di capirmi al volo pastore e di non fraintendermi, dato che ne hai la “possibilità” (così come alkurtz sa certamente di che cosa parlo. Almeno fino a qui). S’aggiunga il contesto in cui si pratica l’alpinismo, ovvero la “natura” di particolare bellezza e la “selvaggità”, con tutte le implicazioni percettive di tipo estetico (ed etico) che costituiscono il lato più “costruttivo” dell’alpinismo. Della gratuità dell’azione e della (quasi) totale assenza della competizione diretta si è già detto (si legga anche Mazzotti in “Alpinismo e non Alpinismo”.).

      “Rischio” e “paura”, costituiscono il lato più “oscuro ed insondabile” dell’alpinismo, ma anche quello più affascinante assieme all'”ignoto”. Si tratta di fattori non comuni ad altri “sport”. Della “scusa scientifica” del periodo illuminista, che cela in realtà un’insondabile esperienza individuale di tipo romantico, si potrebbe altresì parlare a lungo, cosi’ come della retorica tardoromantica che ha fortemente connotato l’alpinismo mitteleuropero, affossandone l’epica iniziale e l'”eroismo” inteso come “valore” (e anche qui non si fraintenda). Il romanticismo è oggi spesso inteso come aspetto negativo, perchè si fa una terribile confusione.

      Invece torniamo sull’aspetto della “natura” e al rapporto che l’alpinista vi ha fin dall’inizio instaurato, accettando la logicità della via di salita come “segno” indicativo della natura stessa.

      L’esaurimento delle vie logiche ha imposto maggiori limiti tecnici, dunque rischi crescenti, che hanno portato l’alpinista ad escogitare mezzi per ridurli (e qui inizia il campo “etico” di discussione). Tutti i mezzi utilizzati fin dagli albori dell’alpinismo per ridurre il rischio sono artificiali. Lo sono stati i ramponi, la piccozza e la corda, lo è stato il chiodo e quindi lo spit.

      Lo spit rappresenta la risposta più efficace e moderna alla risoluzione dei problemi “tecnici” e di “sicurezza”. Uno spit mi consente di osare “di più” su di un passaggio, perchè è il mezzo più rapido e sicuro. Se io elimino il rischio da una lunghezza di roccia per favorire il superamento della difficoltà, pongo quest’ultima, così come la “riuscita”, in cima alla mia scala di valori, mentre metto “paura” e componenete emotiva in sott’ordine. E va benissimo! Per carità! Solo che ottengo a questo punto un’attività assai più simile allo sport (non per nulla l’arrampicata è sportiva).

      Siccome è fatto accertato che la cultura della nostra società ha paura della morte e quindi del rischio, diventa solo una questione di scelta. Posso decidere di abbassare il rischio ed il “senso dell’ignoto” o di eliminarlo del tutto anche su certi terreni in montagna (rischio soggettivo) Dunque sono io a imporre le regole del gioco alla natura. Oppure posso accettare le regole imposte da questa e seguire il più possibile la logicità che mi offre. In questo caso accetto ovviamente rischi maggiori e di non riuscire a passare, perchè ho paura di rischiare (e di morire). Posso cercare di mettere in campo dei rimedi per abbassare un pò il rischio? Certo! Ma scelgo di farlo senza forzare la logicità della natura. E’ però indubbio che questa scalata, che può, s’intenda, essere portata all’estremo anche su strutture di bassa quota e brevi (head pointing), mette al centro il rischio e in qualche modo l’avventura.

      La “filosofia” trad ri-valorizza, pur con sfaccettature e qualche contraddizione, alcuni di questi elementi, ed è innegabile che sull’alta difficoltà e nella precarietà di protezione, l’eperienza che si vive non è la stessa cosa che moschettonare lo spit. Non è meglio, più da fighi o da machi, è semplicemente un’altra cosa. Però non si dica che l’accettare determinate regole non è anche fatto etico, perchè sarebbe solo un’ipocrisia. Il rischio torna al centro del gioco, così come l’incertezza della riuscita. Da qui si capisca allora anche il mio personale fastidio nel vedere certe vie logiche, aperte secondo le regole della natura, addomesticate con lo spit e con le catene. Non centra con il “trad” (o forse sì se si segue un sottile fil rouge) ma con l’etica sì.

      Non voglio dilungarmi oltre anche se il discorso m’appassiona. Il 26 novembre abbiamo indetto a Milano un’Accademia (nel senso goldoniano del termine) per discutere anche di questo.

      E’ aperta a tutti gli alpinisti e sarebbe bello sentire le voci di molti di voi.

      http://www.gruppogism.it/?p=541&cpage=1#comment-612” class=”bbcode_url”>http://www.gruppogism.it/?p=541&cpage=1#comment-612

    • #855646

      ajax wrote:

      caro pastore, vediamo qual’è la “differenza” tra alpinismo e altri sport.

      Innanzi tutto occorrerebbe evidenziare la stretta analogia che intercorre tra “ascesi” e “ascesa”, riferendosi in modo corretto all’etimologia dei termini. Ma qui non basterebbe nè il tempo a disposizione nè lo spazio (si legga anche l’interessante saggio di Steinitzer: “Psicologia dell’alpinismo”, oppure Dalla Porta Xydias in “Metafisica della Montagna” e Zeper (cit.)). E’ in ogn caso su questa relazione che l’alpinismo basa la sua componete “spirituale”, o “ideale” se preferisci, e che lo rende unico e diverso da tutte le altre attività. Qui dunque stà anche il valore simbolico/metaforico della vetta ed il valore “rituale” dell’ascensione. Cerca di capirmi al volo pastore e di non fraintendermi, dato che ne hai la “possibilità” (così come alkurtz sa certamente di che cosa parlo. Almeno fino a qui). S’aggiunga il contesto in cui si pratica l’alpinismo, ovvero la “natura” di particolare bellezza e la “selvaggità”, con tutte le implicazioni percettive di tipo estetico (ed etico) che costituiscono il lato più “costruttivo” dell’alpinismo. Della gratuità dell’azione e della (quasi) totale assenza della competizione diretta si è già detto (si legga anche Mazzotti in “Alpinismo e non Alpinismo”.).

      “Rischio” e “paura”, costituiscono il lato più “oscuro ed insondabile” dell’alpinismo, ma anche quello più affascinante assieme all'”ignoto”. Si tratta di fattori non comuni ad altri “sport”. Della “scusa scientifica” del periodo illuminista, che cela in realtà un’insondabile esperienza individuale di tipo romantico, si potrebbe altresì parlare a lungo, cosi’ come della retorica tardoromantica che ha fortemente connotato l’alpinismo mitteleuropero, affossandone l’epica iniziale e l'”eroismo” inteso come “valore” (e anche qui non si fraintenda). Il romanticismo è oggi spesso inteso come aspetto negativo, perchè si fa una terribile confusione.

      Invece torniamo sull’aspetto della “natura” e al rapporto che l’alpinista vi ha fin dall’inizio instaurato, accettando la logicità della via di salita come “segno” indicativo della natura stessa.

      L’esaurimento delle vie logiche ha imposto maggiori limiti tecnici, dunque rischi crescenti, che hanno portato l’alpinista ad escogitare mezzi per ridurli (e qui inizia il campo “etico” di discussione). Tutti i mezzi utilizzati fin dagli albori dell’alpinismo per ridurre il rischio sono artificiali. Lo sono stati i ramponi, la piccozza e la corda, lo è stato il chiodo e quindi lo spit.

      Lo spit rappresenta la risposta più efficace e moderna alla risoluzione dei problemi “tecnici” e di “sicurezza”. Uno spit mi consente di osare “di più” su di un passaggio, perchè è il mezzo più rapido e sicuro. Se io elimino il rischio da una lunghezza di roccia per favorire il superamento della difficoltà, pongo quest’ultima, così come la “riuscita”, in cima alla mia scala di valori, mentre metto “paura” e componenete emotiva in sott’ordine. E va benissimo! Per carità! Solo che ottengo a questo punto un’attività assai più simile allo sport (non per nulla l’arrampicata è sportiva).

      Siccome è fatto accertato che la cultura della nostra società ha paura della morte e quindi del rischio, diventa solo una questione di scelta. Posso decidere di abbassare il rischio ed il “senso dell’ignoto” o di eliminarlo del tutto anche su certi terreni in montagna (rischio soggettivo) Dunque sono io a imporre le regole del gioco alla natura. Oppure posso accettare le regole imposte da questa e seguire il più possibile la logicità che mi offre. In questo caso accetto ovviamente rischi maggiori e di non riuscire a passare, perchè ho paura di rischiare (e di morire). Posso cercare di mettere in campo dei rimedi per abbassare un pò il rischio? Certo! Ma scelgo di farlo senza forzare la logicità della natura. E’ però indubbio che questa scalata, che può, s’intenda, essere portata all’estremo anche su strutture di bassa quota e brevi (head pointing), mette al centro il rischio e in qualche modo l’avventura.

      La “filosofia” trad ri-valorizza, pur con sfaccettature e qualche contraddizione, alcuni di questi elementi, ed è innegabile che sull’alta difficoltà e nella precarietà di protezione, l’eperienza che si vive non è la stessa cosa che moschettonare lo spit. Non è meglio, più da fighi o da machi, è semplicemente un’altra cosa. Però non si dica che l’accettare determinate regole non è anche fatto etico, perchè sarebbe solo un’ipocrisia. Il rischio torna al centro del gioco, così come l’incertezza della riuscita. Da qui si capisca allora anche il mio personale fastidio nel vedere certe vie logiche, aperte secondo le regole della natura, addomesticate con lo spit e con le catene. Non centra con il “trad” (o forse sì se si segue un sottile fil rouge) ma con l’etica sì.

      Non voglio dilungarmi oltre anche se il discorso m’appassiona. Il 26 novembre abbiamo indetto a Milano un’Accademia (nel senso goldoniano del termine) per discutere anche di questo.

      E’ aperta a tutti gli alpinisti e sarebbe bello sentire le voci di molti di voi.

      http://www.gruppogism.it/?p=541&cpage=1#comment-612” class=”bbcode_url”>http://www.gruppogism.it/?p=541&cpage=1#comment-612


      ma a te…. a scuola ,ti hanno mai fatto fare i riassunti?….

      guerra e pace opera straordinaria !!! ma qui…..cerca di essere piu’ sintetico, sarai sicuramente piu’ simpatico…… ;)

    • #855648

      se passo da milano potrei anche fare un giro ma caro ajax.. tutto ciò che dici nella prima parte dell’intervento, rigurdo alla ascesi, all’importanza della vetta, alla paure della morte ecc.. sono componenti essenziali, se non più radicali ancora, anche di attività come il surf nell’oceano, del volo in deltaplano, della traversata dell’oceano a vela in solitaria o di un lancio in parapendio… anzi direi che li l’affidarsi alle forze della natura come mezzo di spostamento radicalizza ancora di più quanto tu dici e in alcuni casi i rischi proprio perchè meno calcolabili sono ancora maggiori.. Quindi per quanto ti / ci piaccia l’alpinismo non mi sembra che abbia in questo campo una differenza sostanziale rispetto a queste attività.. forse c’è più letteratura connessa all’alpinismo ma in alcuni casi direi che è dovuto alla giovane età di attività come il parapendio o il surf mentre nel caso della navigazione ( il rischio li dipende dal tipo di imbarcazione scelte, dalla stagione e dalla rotta e dal numero di persone ) direi che la letteratura non manca…

      sul resto direi di non nasconderci dietro false ipocrisie..di sicuro nel rispetto della linea naturale, nel scegliere di mettere meno protezioni e nel rispetto della salita originale, cosi come della roccia c’è alla base una scelta etica però dopo alcuni anni di dibattito su questo forum non diciamo che è solo un esperienza diversa e che non c’entra nulla il sentirsi migliori o più fighi.. perchè la discussione su questo forum dimostra ampiamente che alla gara del machismo ( salvo rare eccezioni ) hanno partecipato tutti… e chi ha provato a chiamarsene fuori è stato spesso ridicolizzato dicendo che tanto non si tiene…

    • #855653

      pastore wrote:

      se passo da milano potrei anche fare un giro ma caro ajax.. tutto ciò che dici nella prima parte dell’intervento, rigurdo alla ascesi, all’importanza della vetta, alla paure della morte ecc.. sono componenti essenziali, se non più radicali ancora, anche di attività come il surf nell’oceano, del volo in deltaplano, della traversata dell’oceano a vela in solitaria o di un lancio in parapendio… anzi direi che li l’affidarsi alle forze della natura come mezzo di spostamento radicalizza ancora di più quanto tu dici e in alcuni casi i rischi proprio perchè meno calcolabili sono ancora maggiori.. Quindi per quanto ti / ci piaccia l’alpinismo non mi sembra che abbia in questo campo una differenza sostanziale rispetto a queste attività.. forse c’è più letteratura connessa all’alpinismo ma in alcuni casi direi che è dovuto alla giovane età di attività come il parapendio o il surf mentre nel caso della navigazione ( il rischio li dipende dal tipo di imbarcazione scelte, dalla stagione e dalla rotta e dal numero di persone ) direi che la letteratura non manca…

      sul resto direi di non nasconderci dietro false ipocrisie..di sicuro nel rispetto della linea naturale, nel scegliere di mettere meno protezioni e nel rispetto della salita originale, cosi come della roccia c’è alla base una scelta etica però dopo alcuni anni di dibattito su questo forum non diciamo che è solo un esperienza diversa e che non c’entra nulla il sentirsi migliori o più fighi.. perchè la discussione su questo forum dimostra ampiamente che alla gara del machismo ( salvo rare eccezioni ) hanno partecipato tutti… e chi ha provato a chiamarsene fuori è stato spesso ridicolizzato dicendo che tanto non si tiene…

      e va bene , vedo che sono stato capito…… ;)

    • #855654

      pastore! ma se tu scrivi 32 righe e io 40, sono io a non essere sintetico???????????????????????

      Poi non sarò simpatico a te, ma che caxxo c’entra con lo scrivere un pò di più delle solite tre righe d’insulti e bestemmie e quant’altro? Ma siamo al delirio? Se devo esprimere quello che penso lo faccio come caxxo mi pare, soprattutto in una sede come questa dove si legge di tutto e di più! Io non mi sono mai permesso di stabilire la simpatia di un individuo dalla sua tipologia di scrittura nè a priori di offendere nessuno. Al limite mi sono difeso. M’interessa sapere le opinioni degli altri, senza stare a giudicare, simpatia, bravura tecnica, od altro.

      Quando al contenuto del mio post e il valore simbolico della vetta (che ribadisco era un discorso di contenuto metafisico), vedo che non hai colto, tant’è che mi hai tirato fuori barca a vela e deltaplano 😯 😯 😯 che con il valore simbolico non c’entrano nulla!

      Quanto al “sentimento della vetta”…. io sono per il “sentimento della meta”, ma è inutile che mi spendo ancora in tante parole … [img]http://www.quotazero.com/forum/images/smilies/wallbash.gif[/img]

      Anche sul discorso delle protezioni caro pastore…..[img]http://www.quotazero.com/forum/images/smilies/wallbash.gif[/img]

    • #855655

      pastore, ma vai a condurre il gregge va!!!! ;) ;)

    • #855664

      Riflettere sull’alpinismo a partire dall’analogia ascesi/ascesa significa porre il discorso su un piano simbolico.

      Questa analogia è una premessa necessaria al discorso di Dalla Porta Xydias, che nel tentativo di scrivere una “Metafisica dell’alpinismo” è quasi costretto a cercare “al di là della fisica” delle ragioni che insieme spieghino e giustifichino l’alpinismo.

      Ma non sempre un discorso che ha per oggetto ciò che è “al di là della fisica” è necessariamente filosofico, come vuole essere la metafisica. In alcuni casi è un discorso spirituale: infatti la riflessione di Dalla porta è più affine alla mistica o alla psicologia che alla filosofia.

      Dice Spiro della Porta:

      Questi (L’uomo ndr) nasce infatti con il senso, la questua dell’elevazione: che allo stato genuino dell’infanzia, ancora non coinvolta nel materialismo e nell’utilitarismo della società contemporanea, si esprime cercando istintivamente l’arrampicata ove possibile: un masso erratico, un albero… E tale sentimento in realtà gli rimane, magari inconscio per tutta la vita. L’alto viene identificato col cielo, sede del Paradiso, della Divinità, sia nella fede religiosa che nelle tradizioni sacre dell’umanità (Induismo, Taoismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo.) Ma essendo appunto l’uomo composto da spirito e materia, se la religione e in altro senso l’arte offrono l’elevazione spirituale, proprio per la sua completezza l’essere umano ricerca – ripeto, per lo più istintivamente – l’elevazione totale. Che gli verrà suggerita e offerta quale mezzo di effettuazione proprio dalla terra stessa, la Madre-Terra, su cui in apparenza irrazionalmente è stato immesso (Flammarion: ”D’ où venons-nous ? Qui sommes-nous? Où allons-nous?” ): e cioè la montagna.

      Spiro Dalla Porta Xydias – 17 dicembre, 2010 “Il sentimento della vetta” inhttp://http://www.mountainblog.it/spirodallaportaxydias/?p=16#comments

      Leggendo queste parole si può essere affascinati, oppure si può semplicemente pensare: ma chi lo ha detto?.Questa è non è filosofia, al limite è psico-teologia-antropologica descrittiva. Non voglio però discutere il fatto che qualcuno consideri l’alpinismo una esperienza mistica, voglio semplicemente dire che la ricerca dell’essenza o verità di una qualche cosa è la premessa per la distinzione tra ciò che è bene, cioè conforme all’essenza e ciò che è male, non conforme all’essenza, con tutto ciò che può seguire in termini di etica e di educazione.

    • #855665

      liviell cita: l’alpinismo non è un sport… ecco il punto!!! il problema è che troppa gente crede l’alpinismo sia uno sport come l’arrampicata SPORTIVA… il problema è che troppa gente passa dall’arrampicata sportiva all’alpinismo come fosse un passaggio obbligato ed affronta quest’ultimo con la medesima visione della prima! questo è l’errore. come diceva bonatti: stiamo perdendo il valore dell’avventura! e l’avventura è dietro casa nostra basta saperla cercare, non dobbiamo polemizzare su spit si o no perchè questa polemica è solamente il frutto della nostra insoddisfazione più profonda. pensate a quando hanno salito la poire sul bianco… perchè i nostri predecessori riuscivano a far cose che noi oggi sogniamo solamente? perchè il valore che davano alla vita e conseguentemente all’avventura era totalmente differente… più si va avanti più vogliamo giocare senza rischi, siamo tutti infelici e patetici ( me compreso ) da scrivere certe stronzate ma in realtà non abbiamo nessuna voglia di morire, siamo attaccati con le pikke coi denti coi friend ad una vita che non ci piace e che non ci dà emozioni, perchè tutto è sicuro, perchè siamo sempre più meschini ed egoisti. siamo attirati più dalla morte che dalla vita… e per dare senso alla vita vogliamo giocare con la morte. ognuno con i suoi metri e le sue misure, ognuno con i suoi mezzi…

      chi pratica l’arrampicata sportiva non ha la stessa voglia di parlar con la morte che hanno coloro già solo che scalano trad… o coloro che scalano ghiaccio, o fanno sci ripido. cerchiamo di capire se vogliamo continuare nel nuovo mattino e quindi far i cazzoni in giro a rischiare la vita… o se vogliamo solo divertirci per il “belgesto” e vivere bene e tranquilli, e smettere di rompere i coglioni con sti spit!!! quindi basta polemiche… avete la libertà di fare ciò che volete e come volete… e avete la fortuna che esistono di queste comunità web per aggiornarsi sul rischio che volete intraprendere…

      gli apritori ora hanno la possibilità di scegliere, e sulle loro opere hanno l’ultima parola… fosse anche spittare tutte le fessure del bianco… alzaimer di piola e motto.

      chiudo con un esempio reale: invito amico della valdaosta a venire questo weekend alla sbarua. non conoscendola mi ha chiesto cosa fosse: falesia? monotiri? vie lunghe? trad? la mia risposta: vie lunghe spittate falesia, ma se vuoi proteggere porta i friend che ci son delle fessure da paura… anche da fare come monotiri ma lungo le vie. easy no?! farsi anguilla crack in trad… UAO, no? ma se scali solo a spit non andare in val dell’orco, sta a casa!

      a tutti buon w.e.

    • #855668

      L’unicità dell’alpinismo è dunque solo “pretesa” in base a delle premesse poste arbitrariamente e giustificate con un discorso quanto mai aleatorio.Unica poteva essere l’esperienza alpinistica quando il mercato del tempo libero offriva, ai pochi che potevano permetterselo, limitati terreni di esercizio e sfogo del loro surplus vitale.Oggi l’alpinismo è un’attività che si svolge in un ambiente naturale e rischioso, come tante altre di cui pastore ha parlato.Ripeto, è perfettamente legittimo che chi la pratica la ritenga tale per l’ambiente selvaggio, perché libera e non competitiva. Ma rischio e paura, natura e libertà sono elementi anche dell’andare in barca a vela.

    • #855669

      alkurtz wrote:

      Riflettere sull’alpinismo a partire dall’analogia ascesi/ascesa significa porre il discorso su un piano simbolico.

      Questa analogia è una premessa necessaria al discorso di Dalla Porta Xydias, che nel tentativo di scrivere una “Metafisica dell’alpinismo” è quasi costretto a cercare “al di là della fisica” delle ragioni che insieme spieghino e giustifichino l’alpinismo.

      Ma non sempre un discorso che ha per oggetto ciò che è “al di là della fisica” è necessariamente filosofico, come vuole essere la metafisica. In alcuni casi è un discorso spirituale: infatti la riflessione di Dalla porta è più affine alla mistica o alla psicologia che alla filosofia.

      Dice Spiro della Porta:

      Questi (L’uomo ndr) nasce infatti con il senso, la questua dell’elevazione: che allo stato genuino dell’infanzia, ancora non coinvolta nel materialismo e nell’utilitarismo della società contemporanea, si esprime cercando istintivamente l’arrampicata ove possibile: un masso erratico, un albero… E tale sentimento in realtà gli rimane, magari inconscio per tutta la vita. L’alto viene identificato col cielo, sede del Paradiso, della Divinità, sia nella fede religiosa che nelle tradizioni sacre dell’umanità (Induismo, Taoismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo.) Ma essendo appunto l’uomo composto da spirito e materia, se la religione e in altro senso l’arte offrono l’elevazione spirituale, proprio per la sua completezza l’essere umano ricerca – ripeto, per lo più istintivamente – l’elevazione totale. Che gli verrà suggerita e offerta quale mezzo di effettuazione proprio dalla terra stessa, la Madre-Terra, su cui in apparenza irrazionalmente è stato immesso (Flammarion: ”D’ où venons-nous ? Qui sommes-nous? Où allons-nous?” ): e cioè la montagna.

      Spiro Dalla Porta Xydias – 17 dicembre, 2010 “Il sentimento della vetta” inhttp://http://www.mountainblog.it/spirodallaportaxydias/?p=16#comments

      Leggendo queste parole si può essere affascinati, oppure si può semplicemente pensare: ma chi lo ha detto?.Questa è non è filosofia, al limite è psico-teologia-antropologica descrittiva. Non voglio però discutere il fatto che qualcuno consideri l’alpinismo una esperienza mistica, voglio semplicemente dire che la ricerca dell’essenza o verità di una qualche cosa è la premessa per la distinzione tra ciò che è bene, cioè conforme all’essenza e ciò che è male, non conforme all’essenza, con tutto ciò che può seguire in termini di etica e di educazione.

      Io attribuisco invece al discorso di Spiro un indubbio valore “filosofico” (ontologico/metafisico). Poi, con Spiro mi confronto spesso telefonicamente, e nei vari convegni, come in quello recente di Torino, dove ho sostenuto nel mio intervento “un sentimento della meta” e non della vetta, in contrasto anche netto con l’amico triestino (Dalla filosofia dell’altipiano al sentimento della meta). Ho citato Spiro, ma non solo. Vi sono altri autori che a mio parere hanno colto nel segno l’aspetto ideale dell’alpinismo. Al valore simbolico dell’ascensione mi sono rifatto in questa sede esclusivamente per rispondere a pastore circa un’ indubbia unicità della disciplina rispetto ad altre. Ho spiegato in parte cosa intendo per “sentimento della meta” applicato alla scalta odierna e ai suoi sviluppi sulll’ultimo annuario del CAAI. Quanto al tuo ultimo intervento, ti concedo la bontà dell’esempio della barca a vela, o del “mare” se vuoi.

      Il mare, con la montagna, è infatti l’unico “scenario” ad avere prodotto una letteratura di “peso”, così come una produzione artistica di ampio respiro, dalle arti figurative alla poesia.

      E proprio qui stà la differenza con altri sport! Il curling, per esempio, non possiede nessuno dei fattori “insonabili” ed anche inconsci che connotano le attività alpinistiche e marine (di un certo tipo però), dunque difficilmente sarà fonte d’ispirazione artistica, nè stimolerà interrogativi di tipo metafisico (assenza di rischio, difficoltà, incognito). Inoltre “mare” e “montagna” avvicinano l’uomo a riflessioni riguardanti “l’infinito”.

    • #855672

      ajax wrote:


      Io attribuisco invece al discorso di Spiro un indubbio valore “filosofico” (ontologico/metafisico). Ho citato Spiro, ma non solo. Vi sono altri autori che a mio parere hanno colto nel segno l’aspetto ideale dell’alpinismo. Al valore simbolico dell’ascensione mi sono rifatto in questa sede esclusivamente per rispondere a pastore circa un’ indubbia unicità della disciplina rispetto ad altre. Ho spiegato in parte cosa intendo per “sentimento della meta” applicato alla scalta odierna e ai suoi sviluppi sulll’ultimo annuario del CAAI.

      Metafisica e ontologia sono percorsi speculativi che il discorso filosofico ha abbandonato da molto tempo.

      Rimangono come testimonianza di avventure della ragione, come campi di esercizio e formazione dell’intelligenza, insomma, come campi di studio, ma nulla più.

      QUesto perchè oggi nessuno si sognerebbe di parlare di una realtà unitaria e data che esiste ed è causa delle molteplici manifestazioni del reale storico.

      Una realtà che la ragione può conoscere per via puramente speculativa.

      Neppure la scienza pensa o crede di essere una rappresentazione vera del mondo, al massimo una rappresentazione statisticamente probabile fino a prova contraria.

      TUtto ciò però non esclude che qualcuno possa avere un approccio metafisico o ontologico ai problemi. Però è importante avere chiaro che cosa questo significhi.

      Pensare che esista un essere dell’alpinismo, cioè una forma pura e perciò vera di praticare l’alpinismo, e che questa sia conoscibile, e perciò comunicabile con evidenza, apre la porta a conseguenze imbarazzanti.

    • #855673

      radagast wrote:

      liviell cita: l’alpinismo non è solo un sport…

      No, questa è la mia firma. 😈 ;) :)

    • #855674

      alkurtz wrote:

      Riflettere sull’alpinismo a partire dall’analogia ascesi/ascesa significa porre il discorso su un piano simbolico.

      Questa analogia è una premessa necessaria al discorso di Dalla Porta Xydias, che nel tentativo di scrivere una “Metafisica dell’alpinismo” è quasi costretto a cercare “al di là della fisica” delle ragioni che insieme spieghino e giustifichino l’alpinismo.

      Ma non sempre un discorso che ha per oggetto ciò che è “al di là della fisica” è necessariamente filosofico, come vuole essere la metafisica. In alcuni casi è un discorso spirituale: infatti la riflessione di Dalla porta è più affine alla mistica o alla psicologia che alla filosofia.

      Dice Spiro della Porta:

      Questi (L’uomo ndr) nasce infatti con il senso, la questua dell’elevazione: che allo stato genuino dell’infanzia, ancora non coinvolta nel materialismo e nell’utilitarismo della società contemporanea, si esprime cercando istintivamente l’arrampicata ove possibile: un masso erratico, un albero… E tale sentimento in realtà gli rimane, magari inconscio per tutta la vita. L’alto viene identificato col cielo, sede del Paradiso, della Divinità, sia nella fede religiosa che nelle tradizioni sacre dell’umanità (Induismo, Taoismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo.) Ma essendo appunto l’uomo composto da spirito e materia, se la religione e in altro senso l’arte offrono l’elevazione spirituale, proprio per la sua completezza l’essere umano ricerca – ripeto, per lo più istintivamente – l’elevazione totale. Che gli verrà suggerita e offerta quale mezzo di effettuazione proprio dalla terra stessa, la Madre-Terra, su cui in apparenza irrazionalmente è stato immesso (Flammarion: ”D’ où venons-nous ? Qui sommes-nous? Où allons-nous?” ): e cioè la montagna.

      Spiro Dalla Porta Xydias – 17 dicembre, 2010 “Il sentimento della vetta” inhttp://http://www.mountainblog.it/spirodallaportaxydias/?p=16#comments

      Leggendo queste parole si può essere affascinati, oppure si può semplicemente pensare: ma chi lo ha detto?.Questa è non è filosofia, al limite è psico-teologia-antropologica descrittiva. Non voglio però discutere il fatto che qualcuno consideri l’alpinismo una esperienza mistica, voglio semplicemente dire che la ricerca dell’essenza o verità di una qualche cosa è la premessa per la distinzione tra ciò che è bene, cioè conforme all’essenza e ciò che è male, non conforme all’essenza, con tutto ciò che può seguire in termini di etica e di educazione.

      Molto molto interessante.

    • #855675

      ajax wrote:


      Quanto al tuo ultimo intervento, ti concedo la bontà dell’esempio della barca a vela, o del “mare” se vuoi.

      Il mare, con la montagna, è infatti l’unico “scenario” ad avere prodotto una letteratura di “peso”, così come una produzione artistica di ampio respiro, dalle arti figurative alla poesia.

      E proprio qui stà la differenza con altri sport! Il curling, per esempio, non possiede nessuno dei fattori “insonabili” ed anche inconsci che connotano le attività alpinistiche e marine (di un certo tipo però), dunque difficilmente sarà fonte d’ispirazione artistica, nè stimolerà interrogativi di tipo metafisico (assenza di rischio, difficoltà, incognito). Inoltre “mare” e “montagna” avvicinano l’uomo a riflessioni riguardanti “l’infinito”.

      MA anche l’Amore ha dato vita ad una produzione artistica di ampio respiro, forse più della montagna o del mare.

      Io quando dico a mia moglie “Cara, per te scalerei le motagne”

      Lei mi risponde “ok, ok, ma questo sabato stai a casa che dobbiamo andare al supermercato, caro”

    • #855676

      alkurtz wrote:

      MA anche l’Amore ha dato vita ad una produzione artistica di ampio respiro, forse più della montagna o del mare.

      Io quando dico a mia moglie “Cara, per te scalerei le motagne”

      Lei mi risponde “ok, ok, ma questo sabato stai a casa che dobbiamo andare al supermercato, caro”

      si vabbè, ma qui usciamo dal seminato…

      la mia scala per amore, mio, ma non delle montagne….

    • #855681

      Ajax scrive:

      “Quanto al tuo ultimo intervento, ti concedo la bontà dell’esempio della barca a vela, o del “mare” se vuoi.

      Il mare, con la montagna, è infatti l’unico “scenario” ad avere prodotto una letteratura di “peso”, così come una produzione artistica di ampio respiro, dalle arti figurative alla poesia.

      E proprio qui stà la differenza con altri sport! Il curling, per esempio, non possiede nessuno dei fattori “insonabili” ed anche inconsci che connotano le attività alpinistiche e marine (di un certo tipo però), dunque difficilmente sarà fonte d’ispirazione artistica, nè stimolerà interrogativi di tipo metafisico (assenza di rischio, difficoltà, incognito). Inoltre “mare” e “montagna” avvicinano l’uomo a riflessioni riguardanti “l’infinito”.”

      La letteratura vive di “storie”. Le storie sono avventure.

      L’ulisse di Joyce è un’avventura, l’odissea è un’avventura.

      Questo dialogo è un’avventura, lo è se lascia la possibilità di essere interrogati dalle posizioni dell’altro, se lascia la possibilità di guardare le cose sotto una luce diversa.

      Altrimenti si va solo da spit a spit

    • #855682

      ma piscia più corto alkurtz, che in montagna sei nato ieri ;)

    • #855683

      Quanto al tuo ultimo intervento, ti concedo la bontà dell’esempio della barca a vela, o del “mare” se vuoi.

      Il mare, con la montagna, è infatti l’unico “scenario” ad avere prodotto una letteratura di “peso”, così come una produzione artistica di ampio respiro, dalle arti figurative alla poesia.

      caro ajax… mi sa che non leggi bene le cose perchè non capisco perchè se le cose le dici tu o altri vanno bene e se invece io ti cito come esempio di attività che come l’alpinismo coniugano letteratura, rischio , luogo selvaggio ecc attività nel mare o il volo in aria libero o con parapendio o altro (che secondo me vale altrettanto anche se con minore letteratura) allora non vanno più bene.. ad ogni modo non è un problema..non sarò certo io a dirti che l’alpinismo è solo uno sport.. dico solo che la stessa considerazione vale anche per altre attività e da ciò che scrivi qui sopra mi sembra che non sei cosi in disaccordo.. ;) .

      Sul resto quando rispondi magari leggi prima a chi rispondi perchè è minoso che ti fa le battute sulla prolissità e su come scrivi, io non ho alcun problema ne con la lunghezza dei tuoi messaggi ne con come scrivi.. al massimo mi fa un po’ ridere quando qualcuno se la prende con me quando un post prima altri lo hanno preso in giro.. tanto più che anche i miei post sono spesso lunghi ( anche se ne scrivo molti meno ) ma se te la vuoi prendere con me perchè sei stufo di litigare con minoso fai pure… !! :ugeek:

    • #855684

      chiedo scusa pastore, hai ragione… è minoso ad avere scritto che sono prolisso

      mi sono confuso con la citazione. 😳 😳 😳

      Per quanto riguarda i contenuti invece, ribadisco il concetto del “valore simbolico” che l’alpinismo ha (grazie alla vetta, ma non solo), a differenza di altri sport. Poi si può anche non dare questo valore assoluto (come faccio io ad esempio che parlo di sentimento della meta), ma restano le implicazioni di cui abbiamo già ampiamente discusso.

      Per galadriel: evitiamo le solite tiritere che non c’azzeccano niente con il topic

    • #855685

      bah scuse accettate.. però potresti ad approfondire il concetto simbolico di un attraversata dell’atlantico in barca da solo o il lancio in parapendio o l’esplorazione in immersione di qualche fondale.. secondo me sono solo valori simbolici diversi.. magari meno ascetici ( a me l’ascesi non piace la lascio ai monasteri e ai moralisti ) ma ugualmente forti… poi fai tu.. sul fatto che l’alpinismo non abbia molto a che spartire con una gara di atletica o con una partita di basket direi che siamo tutti d’accordo..cosi come forse si può dire che tra un ginnasta che fa esercizi agli anelli e chi tira le prese in resina in palestra e non scala in altro modo ci sono molte cose in comune ..

    • #855687

      ajax wrote:

      si vabbè, ma qui usciamo dal seminato…

      la mia scala per amore, mio, ma non delle montagne….


      se la tua scala solo….. per amore tuo, penso che stia sbagliando………….. :( :(

    • #855689

      ajax wrote:


      L’esaurimento delle vie logiche ha imposto maggiori limiti tecnici, dunque rischi crescenti, che hanno portato l’alpinista ad escogitare mezzi per ridurli (e qui inizia il campo “etico” di discussione).


      Etica maledetta Etica.

      Se il campo etico della discussione riguarda l’uso dei mezzi tecnici impiegati per scalare, possiamo affermare che scalare soli e nudi sarà il massimo dell’etico mentre arrivare in cima con l’elicottero con l’aria condizionata sarà ilgrado zero dell’etico.

      Però, tra l’alpinista puro, eticamente irreprensibile, e il turista alpino, eticamente inqualificabile, c’è una scala di atteggiamenti etici sui cui molti gradini ciascuno di noi trova posto.

      Ma cosa ci dice un approccio etico all’alpinismo basato sulla valutazione dei mezzi utilizzati?

      Fondamentalmente ci dice che quando si parla di etica si parla criteri per stabilire un confronto tra alpinisti. Quando si parla di etica in questi termini si fa rientrare dalla finestra ciò che nell’affalto ideale era stato fatto uscire dalla porta del tempio dell’alpinismo: l’idea di sport, con annessi e connessi.

      Secondo me in questo approccio all’etica nell’alpinismo c’è sottotraccia quello che sul forum è stato definito il “cazzodurismo”.

      L’etica si riduce alla definizione di regole d’ingaggio la cui accettazione e rispetto colloca l’alpinista su un gradino più o meno alto nella scala dell’etico.

      Ma questo ci dice qualcosa sull’alpinismo e gli alti valori ideali della sua pratica?

      No, perchè la coerenza tra scelta individuale delle regole d’ingaggio e il loro rispetto è un valore per l’alpinismo di ciascuno.

    • #855700

      alkurtz wrote:


      Etica maledetta Etica.

      Se il campo etico della discussione riguarda l’uso dei mezzi tecnici impiegati per scalare, possiamo affermare che scalare soli e nudi sarà il massimo dell’etico mentre arrivare in cima con l’elicottero con l’aria condizionata sarà ilgrado zero dell’etico.

      Però, tra l’alpinista puro, eticamente irreprensibile, e il turista alpino, eticamente inqualificabile, c’è una scala di atteggiamenti etici sui cui molti gradini ciascuno di noi trova posto.

      Ma cosa ci dice un approccio etico all’alpinismo basato sulla valutazione dei mezzi utilizzati?

      Fondamentalmente ci dice che quando si parla di etica si parla criteri per stabilire un confronto tra alpinisti. Quando si parla di etica in questi termini si fa rientrare dalla finestra ciò che nell’affalto ideale era stato fatto uscire dalla porta del tempio dell’alpinismo: l’idea di sport, con annessi e connessi.

      Secondo me in questo approccio all’etica nell’alpinismo c’è sottotraccia quello che sul forum è stato definito il “cazzodurismo”.

      L’etica si riduce alla definizione di regole d’ingaggio la cui accettazione e rispetto colloca l’alpinista su un gradino più o meno alto nella scala dell’etico.

      Ma questo ci dice qualcosa sull’alpinismo e gli alti valori ideali della sua pratica?

      No, perchè la coerenza tra scelta individuale delle regole d’ingaggio e il loro rispetto è un valore per l’alpinismo di ciascuno.

      Hai delle idee un pò confuse sul concetto assoluto di sport, in quanto io ho fatto dei riferimenti assai precisi per sottolineare le “differenze”. Inoltre, è inevitabile che l’etica stabilisca di riflesso una sorta di “confronto”, perchè se tu passi con poche protezioni amovibili, o addirittura senza, dove io ho dovuto bucare la roccia significa una cosa sola: che hai delle indubbie capacità in più rispetto a me, ovvero sei più preparato e più bravo. Non è questione di cazzodurismo, è questione di riconoscere i propri limiti e di scegliere le vie in base alle proprie capacità e, in caso contrario, accettare le batoste senza pretendere che la roccia sia adattata alle tue capacità. In questo senso l’etica non fa affatto rientrare dalla finestra il concetto di sport.

      Tu stesso nella sezione gite ammetti di essere tornato indietro su alcune vie da proteggere o dove, pur con gli spit, l’ingaggio non faceva per te. Hai detto “torneremo”, e questo implica il fatto che ci tornerai forse più preparato. Non credo che tu ti aspetti o plauda il fatto che una via possa essere adattata alle tue capacità.

      Le implicazioni di carattere etico nella concezione della scalata “trad” partono da un presupposto molto semplice: usare il materiale appropriato quando altro materiale sarebbe superfluo. E lo spit in fessura è superfluo, non ci sono dubbi. Il fatto che le tue scalate siano orientate soprattutto sulle vie attrezzate (con carattere plaisir) e che tu non vada a ripetere spesso le grandi classiche “tradizionali”, è fatto dettato con tutta probabilità dalle tue reali possibilità, e non credo dal fatto che tu possa avere in antipatia le vie “trad”. E va bene così. Allo stesso modo, io che scalo “tradizionale” da 30 anni e che non disdegno affatto gli spit, so quali sono i miei limiti sulle vie da proteggere. Dunque cerco di allenarmi semmai, per poterle affrontare, e non vorrei che qualche spit mi rendesse più facile l’approccio. Perchè è fuor di dubbio che me lo renderebbe eccome!

      Il cazzodurismo di maniera (soprattutto sul forum) è possibile per carità, sugli spit come nella scalata clean, ma non dipende nè dal friend né dallo spit: dipende dal carattere delle persone. E qui, permettimi, ma di cazzoduristi dello spit ne ho sentiti molti (cazzoduristi poi, a parole, ma non nei fatti).

      Io vedo poca gente che dice “siamo più bravi perchè scaliamo trad”, e assai di più che invece afferma ” non è vero che siete più bravi perchè scalate trad”.

      I detrattori del trad (salvo teo che però ha una posizione a mio avviso un pò inquinata) non hanno portato qui grandi argomenti, ma hanno fatto trasparire semmai un pò di frustrazione.

      Chissà perchè?

    • #855704

      Ajax dice:

      “…..è questione di riconoscere i propri limiti e di scegliere le vie in base alle proprie capacità e, in caso contrario, accettare le batoste senza pretendere che la roccia sia adattata alle tue capacità.”

      Le implicazioni di carattere etico nella concezione della scalata “trad” partono da un presupposto molto semplice: usare il materiale appropriato quando altro materiale sarebbe superfluo.”

      Cerco di riassumere questi due pensieri sperando di non forzarne il senso.

      Etico è riconoscere i propri limiti in un confronto appropriato con la montagna. Appropriato è un confronto in cui l’uso del materiale non sia superfluo.

      Un primo criterio che definisce cosa sia appropriato sta nell’utilizzo delle protezioni. Ma esso riguarda solo la qualità (amovibili e non fisse) o anche la quantità?

      Questo però potrebbe essere un problema secondario, perché, da quello che ho capito, il nocciolo della questione etica così posta sta nel mantenimento della componente ideale dell’alpinismo, cosi come mi pare tu l’abbia individuata: l’alpinismo è accettazione del rischio, anche mortale, ricerca del rischio quale campo di un cammino insieme pratico e spirituale di conoscenza di se nel confronto con un limite estremo: la morte. (cos’è l’ascesi se non un cammino spirituale verso l’abbandono e il ritrovarsi in dio e conseguente affermazione di sé attraverso la negazione se?).

      Naturalmente la morte è l’ultima ratio dell’alpinismo.

      La morte però rimane l’orizzonte ideale, ricerca nell’epoca dell’eroismo romantico come “bella morte”, accettata, ma solo a posteriori nell’epoca dell’alpinismo tecnologico/commerciale.

    • #855705

      hai colto il senso.

      Per quanto riguarda le protezioni, mi pare primario soprattutto un fattore di qualità. Il “filtro” è molto semplice (ma è un’opinione): le fessure naturali che la roccia offre. A differenza dei puristi dell’hammerless, io legittimo anche il chiodo, che non è affatto superato a mio avviso se si affronta un certo tipo di vie. Del resto la “legittimazione” del chiodo, a differenza del pressione, partiva proprio da questo concetto: se le fessure non ci sono non si passa. Vicecersa si avrebbe la “morte dell’impossibile”. Certo, la quantità di chiodi tradizionali utilizzata nella scalata fu oggetto di dibattito (si veda il caso Bonatti – Ghigo al Capucin), ma alla fine non costituì mai il principale problema etico della scalata. Il problema è risorto in modo prepotente con lo spit alla fine degli anni ’70, ma è stato idealmente contenuto entro certi ambiti, con la nascita della scalata sportiva. Dico “idealmente” perchè la realtà e la storia dimostreranno poi il contrario. Qualcuno confonderà l’alpinismo con la scalata sportiva, e ricordo le accese discussioni in tal senso con l’amico Emanuele Cassarà.

      Lo spit è stato accettato anche sulle placche della Valle dell’Orco fin dal 1985, quando il fascino sportivo contagiò anche i “santuari” (non tutti però!), mutuato dalla scalata “libera” e dal superamento del grado. Poi le cose si sono complicate alquanto e non stò a ripetermi su quanto già ampiamente espresso. Dunque, le possibilità che la roccia offre come linea indicativa di un atteggiamento “etico”. Questo potrebbe essere accettato da tutti. Nel momento di “transizione” o di “confusione” l’accettazione degli spit alle soste è un compromesso storico indispensabile per non rinnegare l’influenza culturale che la nostra scalata ha subito, connotandone l’evoluzione. Questo ci pone al riparo da voglie-mode eccessivamente britanniche. Non significa però, che in un prossimo futuro non si possa tendere (anche a media – bassa quota) a itinerari dove non si accetteranno più dei compromessi e si potrà passare senza lasciare alcuna traccia a “espansione” o “resinata”, soste comprese. Sarebbe un disvalore questo? Qualcuno a questo punto potrebbe dire: e la scalata su placca (caio)? Sulle placche non si combatterà mai la “guerra dello spit”, potrà però esserci un atteggiamento diverso, ovvero lo spit potrebbe tornare ad essere su questo terreno uno strumento di protezione e non di certezza (azzerabile), pur prevedendo, certo, la vocazione di alcune palestre alla didattica. Per tornere alla quantità delle protezioni amovibili nelle fessure, il bello del gioco è proprio qui: io scelgo in base alle mie reali possibilità e nessuno sceglie per me con degli spit! Non è affatto poco!

      Quanto al romanticismo, io non credo che si debba continuare a considerarlo un aspetto negativo: romanticismo è “amore” innnazi tutto. Non confondiamolo con tutto ciò che la retorica tardo romantica, che affonda le radici nell’idealimo tedesco, ha portato a livello a “spirituale” nell’alpinismo.

    • #855744

      Etica, maledetta etica

      L’etica è la scienza della condotta

      Per parlare di etica in generale è indispensabile definire una idea di bene, inteso come valore, per il cui raggiungimento l’etica, in quanto scienza della condotta, è elaborata

      Qual è il bene dell’alpinismo, che un’etica appositamente elaborata permette di raggiungere?

      L’alpinismo stesso, inteso come condotta, può essere considerato un’etica?

      E se è così, a quale bene conduce?

      Tutto su Rieducational channel

      Chi conduce gli alpinisti?

      Conduttori di alpinisti su Rieducational channel

      Un alpinista sugli appennini diventa un appenninista?

      CHi conduce gli appennisiti? Su Rieducational channel

    • #855745

      Mi considero un experto conduttore di jeep a pelo…… :mrgreen: 😆 😆 😆

      Qui poi….. 😯 🙄 :D

    • #855763

      Titus wrote:

      Mi considero un experto conduttore di jeep a pelo…… :mrgreen: 😆 😆 😆

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