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- Questo topic ha 5 risposte, 4 partecipanti ed è stato aggiornato l'ultima volta 12/04/2026 alle 17:14 da
eapao.
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29/03/2026 alle 22:22 #888397
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31/03/2026 alle 07:15 #888837
C’è un articolo interessante al riguardo su planetmountain
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01/04/2026 alle 12:29 #889092
Secondo me non è incredibile. La realtà greca, come quella di molti altri paesi, è semplicemente differente dalla nostra per quel che riguarda il soccorso “alpino e non”, ed in particolare, da quella di alcune regioni settentrionali italiane. In più, ogni soccorso è un evento a sé stante, e criticare in maniera unilaterale è scorretto.
Inoltre c’è un dato di fatto, ovvero quello che culturalmente ormai si dà quasi per scontato che la falesia sia una attività strutturale ludica a rischio zero, come fosse indoor. Invece non è affatto così, ed una qualsiasi giornata al monte Bracco può trasformarsi in un evento più che drammatico.
A conclusione, l’arrampicatore sessantenne su un tiro di 7b+ farebbe pensare ad una persona che non scala da ieri e quindi con un buon bagaglio di esperienza. Una valutazione dello stato della sosta (placchetta petzl inox, tasselli e dado inox, grilli zincati completamente ruggini, catena zincata verniciata ruggine e tiro chiodato più di 20 anni prima in un posto dove il problema della corrosione è reale) neanche troppo attenta, avrebbe magari spinto a optare per una calata in moulinette con machard sull’anello di servizio (30 secondi in più). Se così avesse fatto, l’arrampicatore ceco sarebbe ancora, con ottima probabilità, tra di noi; un cordino da 6mm ed un qualsiasi moschettone sarebbe bastato a evitare l’impatto ad alta velocità su una cengia.
Ecco, questa cosa, se proprio devo dare un giudizio nel merito tecnico, mi rammarica; il migliore soccorso, ovunque, è quello di evitare di essere soccorsi, provando a fare tutto quello che si sa fare per garantirsi una buona dose di sicurezza, proprio perchè fuori il rischio nullo non esiste.
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01/04/2026 alle 14:36 #889106
Capisco il tuo punto di vista, u‑p, e in buona parte sono d’accordo. Tuttavia c’è un aspetto da considerare.
L’isola di Kalymnos è cresciuta moltissimo grazie ai climber; la presenza costante di arrampicatori durante tutto l’anno, quindi, non è certo una novità.
Proprio partendo da questa premessa, credo che cercare di migliorare il servizio di soccorso sia il minimo “dovuto”.
Se un’isola fosse frequentata tutto l’anno da surfisti, il cui numero è quadruplicato rispetto agli anni precedenti, non sarebbe logico potenziare e formare più bagnini, considerando il probabile aumento percentuale degli incidenti in mare?
Il discorso sull’arrampicata è sostanzialmente lo stesso: è anche grazie ai climber se sono nati e cresciuti hotel, B&B, ristoranti e altre attività. Per questo motivo, dedicare un po’ più di attenzione all’altro lato della medaglia mi sembra non solo sensato, ma anche doveroso.
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02/04/2026 alle 10:10 #889259
Anche il tuo punto di vista è condivisibile, Vik, ma io non sono sincrono con questo pensiero.
Il surf, come l’arrampicata, come lo scialpinismo, sono attività outdoor non strutturali; non è il tennis, non è il calcio: non sono attività che fanno riferimento a strutture di alcun tipo. Così come non lo è il base-jump. Ovvero NON sono sport.
Quindi la prima cosa da fare, se si pratica queste attività, sarebbe quella dell’assunzione della propria responsabilità, qualsiasi cosa accada. Diversa cosa è se mi casca un riflettore in testa intanto che gioco a tennis nel campo del condominio e mi medicalizzano 8 ore dopo.
E’ tanto bello fare turismo scialpinistico in Georgia, ma cosa accade se ti rompi un femore in Georgia, intanto che stai su una montagna di cui i georgiani non conoscono neppure l’esistenza? Che succede se ti fai male intanto che fai turismo falesistico nelle gole di Taghia (Marocco)? Forse perchè gli lasci 3 soldi devi pretendere che vengano a verricellarti in un posto di cui 1 marocchino su 1 milione è a conoscenza della sua esistenza e 0 marocchini su un milione sanno che lì qualcuno “arrampica”? Io scialpinismo in Kamchatka non andrei a farlo neppure se mi pagassero, ma sicuramente è bellissimo. Ma che succede se…
Quindi io rimango convinto che chi va a Kalymnos a scalare deve aver sempre bene chiaro che:
- non esiste a Kalymnos un soccorso alpino strutturato professionistico, ma solo i vigili del fuoco, a cui è affiancato un rescue team “alpinistico” totalmente volontario che fa quello che può
- si è su una isola del dodecaneso più prossima alla Turchia che alla Grecia e sulla quale, nonostante da 30 anni a questa parte si vada a scalare, gli abitanti del posto hanno sempre fatto cose ben differenti che “scalare” e che la loro economia né il loro “way of life” sono quelli della Svizzera, nonostante gli studios a 60 euro al giorno (i costi di gestione di un soccorso alpino strutturato sono mostruosi!)
- esistono seri problemi di corrosione dei materiali infissi (infissi a titolo puramente personale e ludico da qualche centinaio di chiodatori, ognuno con la sua idea di chiodatura, ed alcuni dei quali anche all’oscuro delle sigle 304-316 e dei termini inox,zinco,titanio) e quindi è molto consigliato essere a conoscenza non solo della problematica, ma dello stato della chiodatura (chi, quando, con che materiale)
- quello che stai facendo lo fai a proprio rischio e pericolo poichè lo stai facendo su tutto tranne che su un impianto sportivo
- i cieli a kalymnos sono sempre blu e i selfie con tanti sorrisi vengono bene, ma meglio sapere cosa è un machard, un cordino del 6 e come saperli usare, sempre, e che è meglio abbandonare 40 euro di materiale o lasciar perdere un giorno di arrampicata se non si è in grado di valutare una chiodatura della falesia in cui si è finiti invece che essere nel solito mantra “pago-pretendo”
- se si decide volontariamente di mettersi in una falesia dentro ad una grotta con 1 ora di avvicinamento, nella quale non va praticamente nessuno da 10 anni, qualsiasi cosa succeda, anche se fossimo in valle d’Aosta dove l’elisoccorso è efficientissimo, rapidissimo e precisissimo, ci stiamo mettendo nella condizione peggiore per un recupero in caso di incidente (traduzione: è più semplice essere recuperati ad Albard che sul Pilone Centrale)
In conclusione il mood che pervade attualmente la gran parte dei praticanti delle attività outdoor estremamente pericolose come alpinismo e sooprattutto scialpinismo sono convinto che non sia quello più corretto. Ormai ci siamo abituati a fruire di queste attività come se si svolgessero in struttura sportive adeguatamente sorvegliate. Ma non è così. Anche se c’è un mercato, ed anche se qualcuno ci guadagna dei soldi. Perchè altrimenti diventa moralmente abietto il tipo di ragionamento che questo tipo di fruizione “easy” può comportare in caso di incidenti (vedasi quello che è successo ai 2 alpinisti morti sul Gran Sasso l’anno passato, in mezzo ad una tempesta di vento, e i cui parenti si stanno aggrappando a qualsiasi cavillo legale per poter far causa a chiunque, anche a chi ha fatto le previsioni del tempo per quella giornata; del resto, proseguendo in questo tipo di ragionamento, “sarebbe stato doveroso” che qualcuno avesse avvisato quei due poveretti che si stavano mettendo in serio pericolo, no?)
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12/04/2026 alle 17:14 #892299
Grazie Up per la tua riflessione.
Credo sia doveroso far un passo in dietro ed assumerci le nostre responsabilità.
Per farlo dobbiamo aver ben chiare non solo le regole del gioco, ma anche le loro variabili in funzione del campo dove andiamo a giocare.
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