Forums › Gulliver › Bar Gulliver › POESIE E RACCONTI D’ALTA QUOTA
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06/06/2008 alle 10:13 #835002
Provo a lanciare questo forum, vediamo cosa succede. consideratelo uno di quei quaderni che si trovano quando si arriva in punta, dopo una bella camminata tra i boschi e i monti, non sentitevi in obbligo di scrivere per forza, riempite con versi o racconti che vengon dalle vostre emozioni, non pensate di essere banali o non capaci, provateci, parlate col cuore, scrivete le le vostre emozioni al ritorno da una gita, in un giorno di pioggia, quando volete, quando c’è qualcosa dentro che dovete, che volete esternare, non tenetelo, regalatelo a questo forum. e poi, speriamo che sia un forum ricco, che si arrivi ,se i “gulliver proprietari” lo vorranno, a pubblicarne un libretto, magari portarlo a vendere e utilizzare i ricavati per opere di messa in sicurezzza delle nostre valli. Si forse mi son spinto troppo in là, ma vediamo dove si arriva.
“Non scriviamo e leggiamo poesie perchè è carino. Scriviamo e leggiamo poesie perchè siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione….”
” Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e in profondità succhiando tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprirein punto di morte che non ero vissuto” da l’attimo fuggente.
A VOI
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10/06/2008 alle 16:38 #841246
Mi avventurai in un sogno.
Passo dopo passo
il sentiero ammantato salivo.
Al culmine
mi fermai
a sentir nuovamente
il silenzio assordante
dell’eterna
istantanea neve
che tutto copriva
e sogno rendeva.
Al di là
della salita
le creature del bosco
mi tesero le mani
e mi fecero vivere di loro
e del loro fiabesco universo.
Nel sogno mi rifugiai
a trovar pace silenzio e libertà,
e
rifuggire ogniqualvolta ne avessi avuto bisogno
alla frenesia e alla sufficienza della vita moderna
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11/06/2008 alle 18:33 #841257
Ferite che sanno di terra, solchi precisi tracciati dal vomere di un aratro
trainato da buoi piovani, inesorabili
incessanti lavorano ai fianchi alle pendici
non vi sono tracce di passaggi solo rivoli
scrosci d’acqua improvvisi a flagellare
solo zolle e rocce che si lasciano cadere
vinte dall’erosione costante del tempo
cadenzato dai suoni cupi degli uragani
alberi che si piegano al volere di minuscole
agguerrite gocce che lavano i prati
che tracimano i fiumi, terrore al gusto di fango
ci si abbandona all’impotenza, si annega
a volte il sole si nega e ricompare
non asciuga gli occhi e l’anima è inquieta
non vi è rancore, solo un vago senso di rassegnazione
aspettando che si secchi la mota
le ossa con lei e ricominciare
lentamente a sbocciare alla vita
rialzare la faccia e desiderare un nuovo giorno
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17/06/2008 alle 11:31 #841305
TEMPORALE Con schiocchi di frusta
colpisce
le tristi pareti
come belve
che nessuno potrà mai domare
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20/06/2008 alle 16:49 #841349
quale ragione spinge a forzare i limiti, a porre e superare continuamente nuovi traguardi che spesso prendono la forma di una cima da conquistare
è la certezza che esiste un “oltre”,
è la ribellione quando la nostra fisicità ci opprime con tutto il suo peso
perchè, se può farci assaporare infinite dolcezze,
talvolta si rivela una prigione insopportabile
comunque è l’unico modo di sentirsi vivi
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24/06/2008 alle 16:14 #841367
Ciao . Ecco qui un anuova poesia da inserire, non mia, ma di mia moglie Virginia.
TORRENTI DI MONTAGNA
Vortici di cerchi concentrici
riunentisi in acque cristalline,
limpide, pure.
Tesori racchiusi in conchiglie d’acqua,
cascate di scrosci,
palpitanti d’acqua,
rotolanti in massi giganteschi,
fino a raggiungere il piano
e con esso
la calma e la pace dell’età matura.
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25/06/2008 alle 12:46 #841376
Muri di pietra a secco attraverso le cui fessure, alcune delle quali larghe due dita, il vento entra a suo piacimento; non c’è più porta, e delle finestre rimangono soltanto aperture nere come orbite vuote. Due baite sospese su un abisso, un basso muretto di massi squadrati è il parapetto diruto del balcone roccioso, oltre c’è il vuoto; seicento metri più in basso il fondo della gola è inciso dalla striscia tortuosa e luccicante d’un torrente che scorre tra due strette bande color di smeraldo.
Due uomini vi giungevano al finire d’una afosa giornata estiva. Uno dei due, sulla quarantina, lasciò cadere lo zaino e sedette a terra brontolando. Si terse il sudore passando la mano tra i radi capelli tagliati a spazzola. “ Sono grigi, sempre più grigi.” pensò. Una smorfia di disappunto gli disegnò lunghe rughe sul viso bruciato. Magro e scavato, il volto lo faceva apparire più vecchio; gli occhi scuri senza allegria denunciavano preoccupazioni e tormenti che dovevano aver inciso nell’animo solchi non meno profondi, anche se meno evidenti, di quelli che gli segnavano la fronte, le gote e il contorno degli occhi. Il fisico era ben curato, atletico e asciutto. Passò il palmo della mano sulla fronte bagnata e sul labbro superiore, aprì lo zaino e ne trasse della biancheria pulita, in silenzio prese a cambiarsi liberandosi degli scarponi e degli indumenti zuppi di sudore. Seduto con la schiena appoggiata al muro della baita alzò lo sguardo intorno, lo fece correre lontano, sulle cime e oltre, nell’azzurro, e parve cercarvi la quiete. Gianni l’aveva raggiunto, lo guardò e non disse nulla, sapeva che se l’avesse fatto avrebbe rotto qualcosa di quel momento. Gianni , l’altro uomo, più anziano di Roberto, portava meravigliosamente bene gli anni; negli occhi chiari, nel volto radioso e sereno gli si leggeva la voglia di vivere, di godere e di ridere.Tacque perché conosceva ciò che Roberto stava vivendo, tutto questo era già passato dentro di lui anni prima. Allora l’amico gli aveva dato una mano; egli non pensava nemmeno di riuscire a calzare un paio di scarponi e Roberto continuava a chiedergli di salire con lui in montagna. E una mattina erano saliti qui, in Valdiluna, d’inverno, avevano bevuto grappa da una fiaschetta camminando su per canalini innevati. Ad un certo momento, a metà d’un pendio ripido, con la neve alle ginocchia, Roberto gli aveva detto: “ comincio a divertirmi” e Gianni aveva urlato. Sapeva che Roberto non poteva comprendere quel grido e ciò che lo stava mordendo dentro, ma era contento d’essere con lui in montagna quel giorno.
La brezza leggera da Nord spingeva via sfilacci di nubi bianche, Roberto guardò tutt’intorno, la morena scendeva fin quasi alle baite, poco oltre iniziava la lingua del ghiacciaio che avrebbero risalito il mattino seguente fino al colle, dove la cresta cominciava ad arrampicarsi in cielo frastagliata e irregolare. Si sentiva stanco, molto stanco, le gambe gli dolevano, la schiena era rigida. Era già stato in quel posto molti anni prima; anche allora, ricordava, aveva tribolato a portarsi uno zaino pesante, ma era tanto più giovane e si sentiva dentro una forza infinita che ora non c’era più. “Che cosa sarebbe stato tra qualche anno?” pensò. La sera del giorno seguente era poi disceso a valle che già abbuiava, di corsa giù per il pericoloso sentiero, tra balme di roccia sotto le quali erano coricati stambecchi che a malapena si muovevano indispettiti al suo passaggio e fischiavano il loro disappunto all’intruso.
Aveva percorso quasi tutto il sentiero al buio, la lampada della pila s’era esaurita subito e in basso nella pineta sentiva fruscii e vedeva tra le foglie insetti luminescenti di luce verde chiara. S’era fermato ad osservarli, erano vermi tozzi, sorta di bruchi verdini, abbracciati a steli d’erba. Più tardi era riuscito a dormire qualche ora di sonno inquieto in auto, accanto al torrente, nelle orecchie il rumoreggiare dell’acqua che correva via veloce tra i sassi. Sentiva il volto in fiamme, gonfio di sole. L’aveva sentito tutto il giorno lassù sul ghiacciaio, aggrappato a quello scivolo di neve, sapeva che si stava ustionando ma la crema era nello zaino con la borraccia dell’acqua e non c’era tempo per spalmarsi crema o per bere, e così s’era bruciato e aveva patito la sete e si sentiva ardere dentro e fuori. Il giorno dopo attese che gli amici scendessero dall’alpe; s’erano fermati a bivaccare lassù, con le ossa troppo rotte dalla stanchezza per aver voglia di scendere a valle di notte. Li aveva attesi nel prato, seduto su un ceppo di pino, guardava in alto la testata della valle con gli scivoli di ghiaccio delle pareti nord che precipitavano a incontrare i nodi di crepacci dei ghiacciai sottostanti, la Est della Grande Anguille con l’immensa seraccata della Luna dalla quale si staccavano enormi blocchi di ghiaccio che rotolavano per andarsi frantumare centinaia di metri più in basso, con un gran rumore che giungeva fino a lui. Aveva passato buona parte della mattinata a rimirare tutto questo e pensare che era il più bel posto che avesse visto.Che si trattasse di un luogo meraviglioso l’aveva pensato anche la sera avanti, s’era guardato intorno e aveva commentato ad alta voce “ Peccato che non riesca a godermelo, i pensieri mi avvelenano la serata. Non riesco a smettere pensare. E’ un peccato.”
Stelle pallide erano sopra la Gran Roccia quando si chiuse nel sacco da montagna quella sera lontana; da allora qualcosa non funzionava per il verso, come Roberto avrebbe voluto.
Perciò era voluto tornare all’Alpe di Luna, a cercare qualcosa che aveva perso già da troppi anni e non era più riuscito a riagguantare. All’inizio era stato per altre ragioni, ma queste si erano avvicendate negli anni sempre diverse e da quei giorni l’inquietudine non l’aveva lasciato che rare volte, come se qualcosa fosse fuggito via per sempre, forse la gioventù. Si volse alla parete nord, lo sguardo risalì lento lungo il pendio, con fatica uscì in cresta dove una stella s’era posata sulla neve, pensò che solo pochi giorni prima aveva chiuso gli occhi e visto queste montagne mentre al tavolo d’un caffè aspettava una ragazza, e poi le aveva raccontato un mucchio di cose che ora gli apparivano stupide e senza senso e prima di lasciarla le aveva detto “ La prima volta che uscimmo insieme ti avvertii che ti saresti fatta del male… ecco…non pensavo che potesse accadere a me.”
marzo 2003
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01/07/2008 alle 16:50 #841408
il mio piccolo racconto era in fondovalle, spero di non essere troppo fuori tema, ma volevo raccontarvi questo breve incontro con la natura… Aveva smesso da poco di piovere, una breve tregua prima del diluvio…
Ero scesa sotto casa dei miei e chissà come i miei passi mi avevano portata in giardino, ormai scuro in quella notte di maggio. All’improvviso le vedo: un turbinio di piccoli lumini nel prato, al di là delle piante profumate nella sera umida. Tutte insieme, danzanti come stelle scese dalla via lattea per muoversi in traiettorie ondulate, sospese nell’aria a poca altezza dall’erba bagnata…quanto tempo era che non vedevo così tante lucciole? Come tornata bambina chiamo mia madre per mostrarle quella magia inaspettata, che mi riportava alla memoria quando da piccoli in montagna le catturavamo con vasi di vetro per tenercele a far compagnia tutta la notte come un lumino naturale per poi render loro la libertà il mattino successivo (se non molto prima, un’ora o due dopo averle catturate, per paura di fare loro un torto a lasciarle al chiuso tutto quel tempo, piccole fate luminose).
E’ stato un momento di stupore e gioia puri, un attimo prezioso da non dimenticare.
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01/07/2008 alle 17:27 #841409
L’ora del lupo Ore incessanti a inseguire il futuro
lupi di altri tempi a rincorrere prede
fiutare tracce di sentieri tra le frane
specchiarsi nel disgelo di pozze d’alta quota
visi assonnati nel primo albeggiare
pietre disseminate fra i ghiacci
come scogli affioranti nel mare di gelo
penso a mio padre sulla porta di casa
rivedo la sua mano persa in un saluto
sento il rumore dei suoi passi lasciati
lo guardo rientrare nella luce radente
il vespero della sera brilla sul Re di pietra
il rotolare sordo delle pietre sul fondo
improbabili crepitii di seracchi
risvegliano istinti di antichi rapaci
vedo mia madre avanzare nel vento
il grembiule da cucina che si offre
lieve, sottile alla bufera di specchi
gli occhi liquidi si posano sullo zenit
la notte mi abbraccia e custodisce
fiati e afflati appena sussurrati
come acciughe che fanno il pallone
bianca come la fioca la vita passa
solitaria nell’ora del lupo, mia vita
mio piccolo segreto, mia vita da niente
mio vuoto di pensiero al confino
sono qui, ti attendo!
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09/07/2008 alle 08:03 #841446
alì come suo solito si mise i sandali e partì per la sua passeggiata tutti i giorni si riservava un po’ di tempo per poter riflettere
ci teneva a quel piccolo spazio in cui le cose prendevano le loro giuste proporzioni, le rabbie si sbollentavano, i progetti prendevano nuove forme ed energie
oggi mentre camminava gli venivano in mente tanti pensieri
aveva visto un passerotto, delle erbe , un pesce nel ruscello e si chiedeva se nell’aldilà queste forme viventi sarebbero ancora state uguali
e intanto si chiedeva se avrebbe voluto continuare ad essere se stesso, per l’eternità, preciso e identico, con quella piccola imperfezione a lato del gomito, che ogni tanto, di fronte agli altri, lo metteva a disagio
o se invece avrebbe voluto rinascere diverso, più bello ed attraente, ma diverso e quindi…. non più alì
e i ragni?, i cani, i serpenti?
e gli esseri nati già segnati da grandi difficoltà? e quelli con la vita che finisce ancora prima di cominciare?
alì si chiedeva quale potesse essere il loro desiderio per il dopo, ammesso che fosse previsto un dopo per questi esseri
camminva e i pensieri si intricavano sempre più….
e per l’ennesima volta si arrabbiò col cielo che gli aveva messo in fondo all’anima tutta sta voglia di sapere, senza poter mai avere una risposta certa
sempre solo uno spiraglio, il solito raggio di sole che sfuggiva dalle mani
e le piante?
aveva sentito dire che in occidente si pensava che solo l’uomo potesse sopravvivere al fondo della vita
ma quegli alberi centenari, che avevano sopportato le intemperie con pazienza e che avevano assistito in silenzio al fluire della vita, lui li avrebbepoi voluti vedere ancora, per tanto tempo, per sempre
senza di loro era sicuro che non sarebbe stato felice
intanto i suoi passi lo avevano portato proprio sotto la grande quercia
ne accarezzò a lungo il tronco, le foglie, i germogli
per l’ennesima volta riprese pazienza e si adattò ad aspettare ancora
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17/07/2008 alle 21:05 #841488
Passi lenti, costanti sulla via via di sentieri
via di boschi e prati verdissimi
via di fiori di profumi
via di salita
via dell’anima.
Gambe amiche ti guidano verso le vette
verso i ghiacciai i nevai,
verso la nuda roccia.
In vetta l’anfiteatro ti sorprende
vette diseguali
forme geometriche anomale
giganti di pietra e ghiaccio
con cui almeno una volta
Dio
ha giocato
sparpagliandoli alla rinfusa
rendendoli mete ambite
mete di forza
mete di coraggio
mete di meditazione dell’umile sfrontato uomo.
Sdraiato sulla vetta
i piccoli occhi mortali si riempiono
di natura, poco abituati
ormai
a tali bellezze,
l’udito a sentir la musica del vento
delle folate dei ghiacciai
che san di neve,
Corde dell animo troppo spesso abbandonate
dal materialismo
svegliate
in un solo unico momento
pronte a diffondere
nuovamente
i messaggi
delle vette.
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27/08/2008 alle 17:46 #841700
MESSAGGIO DAL K2 – Enrico Ruggieri Da solo in cima al mondo
Con il silenzio in me
Con gli occhi dentro al cielo
Vedo quanto chiaro c’e’
Questa prospettiva immensa
allarga la realta’
il respiro si condensa
in brevi eternita’
(…)
Con la faccia dentro il sole
vedo chiaro in me
ma non trovero’ parole
e capiro’ il perche’
(…)
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08/09/2008 alle 12:10 #841850
Una delle cosine che scrivevo su biund.blogspot.com, quando raccontavo alla mia maniera le nostre escursioni 
Adesso e’ un po’ che non ci scrivo piu’ ma… continuo a camminare



Indecisione e paura di fronte ai bianchi giganti….poi l’elfo mi guardo’ con quei suoi occhi a mandorla e disse:
“Lascia andare me, nano. Con le tue gambette corte e storte non arriverai mai in tempo, se mai ci arriverai…”
Noi nani delle colline non siamo mai stati troppo fini d’intelletto ma irascibili e testardi si’! Cosi’ rimisi l’ascia nel fodero sulla schiena, mi calai in testa l’elmo ornato dalla criniera di un ippogrifo (e guai a chi dice che era solo un cavallo!!!) e partii…
Gambette corte si’, ma forti ed instancabili…. umpf! dire a me che non ci sarei mai arrivato! ma chi si credeva di essere??!!
Sbollita la rabbia mi voltai indietro e lo vidi li’, ad un paio di metri da me: mi seguiva sorridendo… anche stavolta mi aveva buggerato… come sempre nessuno di noi sarebbe rimasto indietro e saremmo arrivati su insieme.
La leggenda del nano e dell’elfo…o se preferite del Vecchio Ramingo e dell’Inquisitore, il tempo e la tradizione orale cambiano spesso i personaggi ma il succo della storia rimane sempre quello…
Serpeggia una voce nei corridoi e alle macchine del caffe’… striscia dentro e fuori dai documenti… fa capolino nella posta elettronica… i membri GVMI se la sussurrano a bassa voce, nessuno sicuro della realta’ della vicenda, ma tutti convinti che un fondo di verita’ ci sia.
La storia narra di come, in una domenica di inizio aprile, con il sole che gia’ aveva passato lo zenit, due losche figure si affacciassero sulla bianca distesa di cio’ che dai piu’ e’ conosciuto come Plateau Rosa.
Divisi dal gruppo e pronti a tutto i due erano decisi a raggiungere la meta prefissata:
il punto piu’ alto sulle montagne d’Italia mai raggiunto a piedi da un membro del GVMI.
Il nano aveva posato per una volta l’armatura e l’elfo avanzava leggero e silenzioso come al solito.
Superato il primo bieco guardiano della porta, che in tutti i modi aveva cercato di fermarli, i due attaccarono la salita galleggiando su quel mare bianco, incuranti degli sguardi curiosi e divertiti di quanti si affidavano alla tecnologia per arrivare al secondo posto di guardia.
Raggiunta anche questa casupola e vinta la sfida a sciarade proposta dal secondo e ultimo guardiano (che, detto fra noi, non capiva un c@##o di italiano n.d.r.) i nostri ripresero il pendio, ritrovandosi subito soli: qui, alle porte del cielo, nessuno osava avvicinarsi… ma i due avevano una missione da compiere e come sempre l’avrebbero portata a termine.
Orientandosi con le cime di monti semi-sconosciuti (e anche con la traccia di un gatto delle nevi, ma questo e’ meglio non dirlo…) e con il sole, richiamati dall’ululare del vento sulla cima, i due avanzavano, insensibili alla stanchezza e all’altitudine che cercava di rendere il tutto piu’ difficile…
Ormai erano due puntini colorati su una sola immensa distesa bianca di neve e azzurra di ghiaccio… due puntini che si muovevano lentamente ma inesorabilmente verso la meta.
E alla fine eccola: La capanna dell’oracolo della Gobba di Rollin, che in un ultimo tentativo di far fallire la missione, portava impresso un 3899m che sapeva tanto di beffa; ma gli dei del bene non avevano ancora abbandonato il GVMI e dal nulla ecco apparire una piccola scala, alta a sufficienza per consentire ai due, cosi’ diversi di razza ma in fondo cosi’ simili, di raggiungere la meta!
Nessun premio tangibile ma la sensazione che cresceva nel nano e, sono pronto a scommettere, anche nell’Elfo era una ricompensa gia’ sufficiente.
I due potevano ora iniziare la discesa verso i rumori del mondo, mentre il ghiaccio pareva a volte farsi ostile, anche se lo avevano affrontato con rispetto e timore.
Per una volta era con piacere (e un leggero mal di testa) che i due loschi figuri tornavano nel mondo reale, mischiandosi e confondendosi con la gente che affollava le piste del Plateau, portandosi pero’ dentro quella percezione di un mondo ai margini della realta’, che tutti possiamo toccare e dove tutti possiamo essere nani, elfi, draghi o eroi… per un giorno.
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09/09/2008 alle 18:50 #841860
Nubi e cieloLe praterie sommitali del monte in lontananza iniziano a colorarsi, e le rocce di riflesso, coi colori dell’autunno che avanza; una lingua di nebbie bianche come la spuma di un’onda gigante sale dal basso e si protende sempre più verso l’alto, a lambirne le pendici. Si muove sinuosa, lenta, cambiando forma coi giochi della brezza che la sospinge.
In alto il cielo: colori blu, azzurro, celeste si alternano negli squarci qua e là tra le nubi a tratti grigio scuro a tratti bianche, il loro è un colore puro e armonioso, terso da leggere gocce d’acqua che hanno innaffiato il cielo la sera precedente.
Un attimo, e si staglia poco ad oriente della montagna una pozza di azzurro di forma quasi circolare, in mezzo alle sponde di nubi, pare un piccolo lago di montagna, appeso a testa in giù invece che disteso tra i ghiacciai di neve bianca.
Rimango ancora un poco a contemplare qualcosa di così bello e semplice, effimero e onirico, come un sogno ad occhi aperti, uno spettacolo naturale messo lì perché i miei occhi potessero goderne e i miei pensieri farsi leggeri.
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14/09/2008 alle 20:11 #841911
Dal basso Si scorge poco da quaggiù
un ricordo stanco di sentieri
rocce, pareti, prati e sole
una cantilena trascinata di foglie
eccoli i colori caldi dell’autunno
avanza inesorabile cantando
canzoni di foglie abbandonate
imbiancano le cime come le chiome
delle madri che stanno a filare
e il caldo diventa artificiale
meglio se fosse di legna e stufa
meglio per il pane che lasci indorare
o delle minestre che ti accompagnano
nelle sere fredde e lunghe
eppure mi ribolle il sangue
troppo freddo da sopportare
quel freddo non ancora smaltito
in un estate fulminea e nuovamente pioggia
dal basso si vede ben poco nuvole grigie
dal basso si odora il profumo di neve
dal basso si sente il rancore per il tempo
dal basso si muore nel sentirsi usati
dal basso si desidera salire alla vita
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31/10/2008 alle 14:38 #842708
IL GENERALE INVERNO Nuvole buie,
pioggia battente
vento che mi fa salire al naso
l’odore della prima neve
caduta sulle vette.
S’è destato
il Generale Inverno.
Indossa la divisa
e riinizia il suo mestiere
lì tra i monti.
Spoglia gli alberi
dopo il tripudio dei colori d’autunno,
dopo che l’estate si è ritirata in privato.
Ghiaccia cascate,
assottiglia ruscelli.
Si placa il canto dell’acqua,
svanisce il vociar delle marmotte.
Sparge con gran piacere neve,
si distende piano piano
fino ad arrivare in fondo alle valli,
Lui che nel caldo estivo
s’era rannicchiato tra i ghiacciai alpini
timido e assonnato.
E il silenzio assoluto ha il sopravvento
in uno splendido palcoscenico ovattato.
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13/12/2008 alle 15:05 #843492
SPIRITI DI MONTAGNA Cerchiamo le montagne
per fuggir dal nostro tempo
cerchiamo le montagne
per ritrovar l’animo nostro
e gli occhi assetati di paesaggi
d’un colpo,
salendo,
si gonfiano
di lacrime di gioia
e il cuore pompa sangue e adrenalina.
Cerchiamo le montagne
per appartarci un pò più vicini a Dio
e parlargli di gioie e di dolori nostri.
Cerchiamo le montagne per non cancellare
totalmente antiche sensazioni
al cospetto di un sistema
che privilegia frugalità e qualunquismo.
Arrivati quassù
carichiamo il nostro animo di purezza
e torniamo a valle a diffondere i messaggi
che le vette ci affidano.
Un abbraccio affettuoso alle famiglie di chi tragicamente ci ha lasciato una settimana fa.
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13/12/2008 alle 16:53 #843494
Finalmente in discesa L’aria fresca gli soffiava in faccia. Lo sguardo fisso in avanti, ma con la netta e chiara percezione dei vasti panorami che la quota consentiva di intuire intorno.
La giornata tersa illuminata da un sole brillante, vivido e vivificante in quella precoce primavera.
La vetta era ormai alle spalle. La fatica compiuta, il riposo ristoratore sulla cima gli aveva dato nuove energie. Aveva un’eccellente stato di forma. Come ormai da tempo non aveva sperimentato. E non sentiva la fatica. Le ginocchia non cedevano scendendo, e non sentiva lo scarpone torturargli l’alluce.
Aveva messo anni, decenni, prima di trovare un paio di scarponi che non gli sacrificassero l’unghia delle dita dei piedi.
Rifletteva su quanti anni di esperienza si fosse fatto in montagna, prima di raggiungere una accettabile compromesso tra funzionalità, peso e comodità dei materiali e dell’abbigliamento.
Poteva essere soddisfatto. Lo zaino pesava il giusto, anzi non pesava affatto. E pure c’era tutto il necessario, anche per l’imprevisto, anche per una notte all’addiaccio, o per un infortunio maledetto.
Lo zaino, la sua preparazione! Un sunto di razionale organizzazione ed arte. Non era mai stato un artista e, per la verità, neanche un tipo organizzato. Ma tutti quegli anni, le gite, l’osservazione dei compagni, gli avevano insegnato a ridurre al minimo il superfluo, a sistemare le cose a portata di mano, secondo un ordine di prevedibile necessità. Aveva imparato, anche se, forse, la fatica più grossa nel preparare un’uscita in montagna era sempre la preparazione dello zaino. Una fatica mentale. Ma una volta pronto, c’era una, pur lieve, una impercettibile soddisfazione. Quella soddisfazione data dalle cose semplici, ma ben fatte, fatte come si deve, a regola d’arte.
Anche il vestirsi adeguatamente, era stata una conquista del tempo e di tanti, tanti sbagli. Imparare a partire leggero anche con temperature fredde, per evitare una precoce surriscaldata ed il conseguente bagno di sudore, che avrebbero disturbato per tutta la giornata il piacere di passeggiare o arrampicare.
Anche questo era stato acquisito. Forse oggi era un po’ troppo leggero per quella discesa. La brezza sempre più forte che gli sferzava il volto, passava dalla camicia di pile. Beh! Un errore capita anche ai più esperti. Sarà comunque l’ultimo, promise a sé stesso.
Rifletteva col vento che soffiava veloce nelle orecchie. Pensava a quanto era migliorato, a quanti accorgimenti, trucchi e precauzioni aveva pian piano adottato rispetto alle prime volte che si era avvicinato alla montagna.
Ripensava alle prime vertigini, che tali non erano, sul Corno di Canzo, dove la vetta gli sembrava talmente stretta da temere di cadere giù e camminare a quattro zampe nei punti più esposti. Una cima ampia e tranquilla come poche altre!
La scoperta che la vertigine è un disturbo di cui non soffriva, ma che quel che provava era semplice disabitudine al vuoto, disagio dovuto alla improvvisa mancanza di punti di riferimento per le triangolazioni con cui gli occhi ed il cervello prendono le distanze dal suolo e dagli ostacoli per darti un senso di equilibrio supplementare.
Ripensava all’incoscienza della prima salita e traversata della Pania, con due sacchetti da spazzatura sugli scarponi come ghette e un ramo di faggio come piccozza. La discesa a scivolo, come con gli sci, sul versante Mosceta.
E poi gli errori. Le volte che era scivolato, o inciampato cavandosela sempre. Errori sempre in discesa, sempre per la stanchezza, la disattenzione, l’appannamento dei riflessi dovuti alla fatica o semplicemente al rilassamento, come poco prima. Mah! Ogni tanto nonostante tutto, capitava ancora. Poi pensò alle salite più belle, o più importanti, perché belle erano state tutte, alcune da solo, altre con amici. Salite di tempi in cui andare in montagna era fuggire improvvisamente la mattina presto, rubare tempo prezioso, appropriarsi di momenti altrimenti dovuti al lavoro, alla famiglia, alla società.
Ed oggi paradossalmente, oggi che avrebbe avuto tempo, disponibilità, esperienza, oggi sarebbe stato l’ultimo giorno in montagna. Oggi, un volta raggiunto il fondo della valle, avrebbe cessato, definitivamente, di volgere lo sguardo verso l’alto, verso una cima, una cresta, o semplicemente una nuvola in cielo. Sul fondo della valle, a cui si avvicinava, progressivamente ed inesorabilmente, l’avrebbe atteso l’addio definitivo ai monti. Ma tanto, ormai, era tutta discesa ed il fondovalle si avvicinava veloce. E finalmente arrivò.
“Cazzo che volo, 300 metri, diritto giù dalla spalla…” disse il primo. “Il solito coglione inesperto!” commentò l’altro”
“Beh, portiamolo giù” “E lo zaino?” “Prendi solo i documenti” Disse il caposquadra. E gli uomini del soccorso portarono a valle, in un sacco nero, quei brandelli di ossa e di carne.
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14/12/2008 alle 14:32 #843496
ci sono i momenti in cui prendo il volo a volte sulle note leggere di una musica perfetta che porta lontano
a volte di fronte a un paesaggio incantato di un inverno carico di neve che riluce al sole
oppure in un tempo condiviso tra amici a ridere, con mille cose da dire che si affacciano fluide alla mente
e per avere un attimo in più venderei anche l’anima
se l’infinito ci fosse vorrei che fosse così
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27/12/2008 alle 05:40 #843559
ma nessuno passa più di qui? 🙄 allora vi racconto dinuovo io una fiaba
c’era una volta il solito paese, molto lontano, sia nello spazio che nel tempo, nel quale la gente viveva tranquilla, in armonia con la natura
nei pressi del paese una sorgente di acqua pura e cristallina forniva ristoro a uomini ed animali che si recavano giornalmente ad abbeverarsi
un brutto mattino però una amara sorpresa: niente più acqua dalla sorgente
se ne accorse per primo il più anziano del villaggio, che si alzava sempre presto per la passeggiata mattutina
si precipitò immediatamente a darne notizia
i paesani, dopo molte ricerche di qui e di là per trovare il motivo di tale scomparsa notarono che oltre la collina era sorta una “fabbrica dell’acqua”: certi tipi, che erano arrivati da lontano, avevano imbrigliato la sorgente, si erano impadroniti dell’acqua, la imbottigliavano per portarla a vendere ricavandone lauti guadagni
voi direte: ma questa è una storia vera, non una leggenda!
eh no! la leggenda sta nel finale
i paesani, tornati alle loro case si armarono di forconi e randelli e diedero il benservito ai ladri di acqua che se la diedero a gambe levate
fecero ritornare la sorgente dove era sempre sgorgata e vissero felici e contenti per lunghissimo tempo ancora

[img]http://slagruta.vingar.se/troll-slagruta.jpg [/img] -
27/12/2008 alle 11:30 #843560
ciao anna! E’ una bella storia!
Ma questi sono proprio dei villani! SPUTANO NEL PIATTO DI CHI GLI DA’ DA MANGIARE……….. PERCHE’ DA MORTI NON GLI SERVONO! E MAGARI POI NON SPENDONO ABBASTANZA COME VORREBBE BERLUSCONI PER FAR GIRARE L’ECONOMIA E RIPRENDERSI CON L’ALTRA MANO QUEI QUATTRO SOLDI CHE TI HANNO DATO. Mi ricordano un film di bud spencer: Banana Joe. Sono proprio dei selvaggi ed ingrati!
Ma sono così anche i supermercati che danno tanto lavoro precario ai nostri figlioli e fanno chiudere almeno altrettanti negozi per non regalare niente a nessuno e far fare tanti soldi a qualcuno.
Auguriamo buone feste anche a loro ed a chi vorrebbe mandare la polizia a sedare la rivolta degli studenti non ancora invischiati in questo circolo vizioso…………..Come già detto questi signori lasceranno lauti guadagni per la gioia di qualcuno, pronti a scannarsi per spartirsi i lasciti…………e sarà l’unico ricordo che lasceranno di loro.
Meno male esistono i fessi e i comuni mortali che lasciano nei sopravvissuti il senso di vuoto e la disperazione.
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28/12/2008 alle 18:02 #843561
ciao Anna, io invece sono daccordo on te, la favola la trovo davvero bella…soprattutto nel finale! E’ giusto che si siano ripresi l’acqua. Nessuno ha diritto di appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene. Dovrebbe essere di esempio a chi tace e sopporta i sopprusi senza ribellarsi (ma protestando tra i denti)…
Brava annagarelli!!!!
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29/12/2008 alle 21:00 #843562
Scusatemi, il mio post c’entrava poco o nulla con le poesie, il mio ragionamento era un po’ contorto, sono stato frainteso. Di questi tempi ce l’ho con il mondo intero e non ho modo di dare sfogo agli istinti repressi, vorrei tanto far parte anch’io degli indigeni che scacciano gli invasori!
Leggo volentieri i racconti di gyp, le barzellette di ketty, il MOANA!…….., mamma Ros mi fa un po’ paura con ste picche fucsia! ed Anna con gli sci LEOPARDATI!……..
Mi dispiace per chi scrive poesie, ma non le capisco, non mi dicono niente.
Quando facevo le medie c’era il nostro insegnante di italiano: don Riccardino che ci leggeva la Divina Commedia, la spiegava, la rileggeva entusiasta e ci guardava sperando di vedere in noi accendersi la passione………
-“ma non vedete?…..ma non sentite la bellezza di questi versi?………ma possibile?
E noi “si,……..siiiiiiiiiiiiiii!”
Avevamo tutt’altro per la testa: il pallone, il motorini, le bambine………….
Mi dispiace ancora adesso perchè non abbiamo saputo dargli quelle soddisfazioni che avrebbe voluto e meritato per l’impegno che metteva nel cercare di insegnarci qualcosa, di coinvolgerci in questa passione.
Perchè di passione si tratta: l’arte, la letteratura……………lo scialpinismo
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30/12/2008 alle 07:00 #843564
caro bibì avrei tante cose da dirti, anche perchè sono una prof adesso però devo mettere alla prova i miei leopardati (come il mio tanga
) anche con la neve e allora
ci sentiamo dopo
butto solo lì il secondo racconto
storia dell’acqua 2
c’era una volta… le storie cominciano sempre così
c’ era una volta un paese in un posto lontano nello spazio e nel tempo dove la gente viveva tranquilla in armonia con la natura
dalle fontanelle sistemate agli angoli delle strade e nelle piazzette sgorgava un’ ottima acqua, molto apprezzata da tutti
la stessa acqua arrivava ormai in quasi tutte le case: una vera comodità
questa innovazione tecnologica dell’acqua in casa fece sentire in paradiso le donne del paese; invece di andare avanti e indietro con i secchi bastava far girare facilmente un rubinetto e VUALA’
tutto l’intrico di tubi, la manutenzione, il controllo della qualità dell’acqua e quant’altro venivano abilmente gestiti dagli operai del comune e le spese erano suddivise equamente tra tutti gli abitanti
ci fu purtroppo un periodo un po’ critico per le finanze del paese (non stiamo qui a indagarne i motivi) e quindi tutti furono richiamati ad un più coscienzioso e parsimonioso utilizzo delle risorse
attirati da questo momento di DEFAIANS, negli uffici del comune si presentarono due loschi individui
dicevano di aver fondato una società: GATTO & VOLPE spa
canticchiavano “di noi ti puoi fidare”, sfregandosi le mani
proposero di interessarsi di tutto il lambaradan acqua, modello madre teresa di calcutta
gli uomini del comune, diffidenti quanto basta, riunirono tutta la popolazione ed esposero il fatto: secondo la “GATTO e VOLPE spa” ci sarebbe stato da guadagnarci alquanto e quindi le finanze del paese ne avrebbero avuto un bel giovamento
la parola passò quindi ai cittadini per il responso
furono ascoltati soprattutto gli anziani, che, avendone viste tante, erano particolarmente tenuti in considerazione e le loro esperienze venivano molto valutate
il più anziano di tutti prese la parola e disse
– ma si è mai visto? oltre a tutte le spese dell’acquedotto dobbiamopoi anche dare un bel po’ di soldi alla “GATTO e VOLPE spa” come sarebbe a dire che c’è un guadagno?
e poi è pericoloso: ma ci pensate se questo avvenisse in tutti i paesi?
dell’acqua non se ne può fare a meno, e quindi è pericoloso che venga gestita da qualche “GATTO e VOLPE”
se proprio il comune non ce la fa, possiamo proporre qualche alternativa, tipo un consorzio tra gente del paese, che beve anche l’acqua e quindi ha tutti gli interessi che il lambaradan funzioni bene e che l’ acqua sia proprio buona-
e allora a questo punto cosa fecero gli abitanti?
idem come il finale della storia precedente
i paesani, tornati alle loro case si armarono di forconi e randelli e diedero il benservito alla “GATTO e VOLPE SpA” che se la diedero a gambe levate
vissero felici e contenti per lunghissimo tempo ancora

[img]http://slagruta.vingar.se/troll-slagruta.jpg [/img] -
30/12/2008 alle 13:00 #843570
allora, adesso che ho un po’ di tempo ti posto questa leggila da tranquillo, bibì
senza la rottura di balle di dover fare un commento
e prova a sentire se ti ispira qualcosa
non è obbligatorio…. se però sei nella condizione d’animo giusta potrebbe anche succedere

L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni e la presente
e viva, e il suon di lei: Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

[img]http://www.windoweb.it/desktop_temi/foto_neve/foto_neve_28.jpg [/img] -
30/12/2008 alle 20:13 #843573
ciao anna! La foto è bellissima! Non farmi fare commenti per la poesia perchè sentiresti la risposta che sentiva il nostro professore, altrimenti sarei bugiardo. Ma sci e tanga leopardati in che senso? C’entra qualcosa …………il leopardi?
Ci sarebbero tante cose da dire per i soprusi che ci sorbiamo: l’acqua è un esempio………….
Proporrei di appartarci a parlarne in un altro topic.
-
30/12/2008 alle 21:00 #843575annagarelli wrote:
ci sono i momenti in cui prendo il volo
a volte sulle note leggere di una musica perfetta che porta lontano
a volte di fronte a un paesaggio incantato di un inverno carico di neve che riluce al sole
oppure in un tempo condiviso tra amici a ridere, con mille cose da dire che si affacciano fluide alla mente
e per avere un attimo in più venderei anche l’anima
se l’infinito ci fosse vorrei che fosse così
E’ più bella questa! -
31/12/2008 alle 05:20 #843576
il poeta, il musicista, il pittore è chi mette giù parole, musica o segni su di un foglio, in modo tale da comunicare delle sensazioni, di per sè informi e prigioniere della mente è chi riesce ad acchiappare ciò che va oltre la banalità e lo condivide
è chi riesce a svegliare e a dare vita ai delicatissimi respiri dell’anima che spesso vengono soppressi dalla superficialità quotidiana
ciò che prende forma nelle mani dell’artista, si travasa da uno spirito all’altro con dolcezza e senza sforzo alcuno
e forse l’artista è solo uno veicoli attraverso i quali riesce a scorrere la nostra umanità
-
07/01/2009 alle 21:37 #843620
Anonimo
Il poeta non e’ un essere, ma un qualcosa di strano oppure di astrato….. che noi esseri di questo mondo, di questi tempi non sappiamo cosa sia….[solo il silenzio e il paesaggio ci puo dire tutto] -
08/01/2009 alle 18:38 #843632
Poeta puoi essere tu poeta posso essere io
Poeta è chi scrive versi ma poeta è anche chi si meraviglia chi sogna, chi sorride o chi sta in silenzio chi sente le piccole o le grandi cose, chi si emoziona chi s’incazza, chi si stacca e fantastica con la mente o con la propria pelle, dal sistema di automi in cui siam prigionieri.
Poeta secondo me è chi in tutte queste situazioni sente qualcosa al cuore , qualcosa che non è standard, qualcosa che ti rimane dentro e che esterni a modo tuo con versi, con la pittura con una bella risata, con lacrime, col silenzio,con uno sguardo.
Poeta insomma è chi si sente veramente vivo e arde di passione per la VITA.
-
08/01/2009 alle 19:59 #843633
Poeta è chi si sente la morte al fianco vira sull’anima e accetta la vita
la racconta a sera quando è stanco
ricuce ferite e strappi con le dita
insegue nuvole e parole
le veste di porpora e vento
le arrotola di silenzio e viole
le strappa di violenza e tempo
poesia per indorare una menzogna
di un dolore che ti lacera la carne
anche se ti sfiora appena e agogna
ai tuoi pensieri come fili di perle
ragnatele imbevute di rugiada
saranno corone di carta e zucchero
segneranno il limite della strada
il bosco di colori al sapor di zenzero
-
04/02/2009 alle 17:42 #843854
visto il pungolo del comandante gyp…… Code:Il vento e’ fortissimo, ma l’equipaggiamento, che mi era costato un occhio, tiene bene, e anche gli scarponi non se la cavano male…di sicuro sono comodi come delle pantofole, confronto a quelle zattere gialle di plastica! Inoltre… e’ divertente stare in cordata, e adattarsi reciprocamente al passo degli altri. Tra l’altro, visto che dobbiamo stare ad una certa distanza non e’ che si parli un granche’ (unico modo per tenerci zitti, forse, a differenza dei componenti degli altri gruppi!), e quindi c’e’ tanto tempo per pensare, e mi accorgo che questa cosa del cordone ombelicale che ci lega, da cui dipende la sicurezza reciproca, e’ una cosa che tocca qualche corda interiore… almeno, a me, individualista come sono, sta insegnando delle cose, e forse dovrebbero sperimentarlo un po’ tutti…
rosanna, 14 aprile 2005, nepal -
12/02/2009 alle 18:58 #843924
ogni tanto ci vuole di lasciare i piedi per terra e seguire un pensiero nel mio solito viaggio di sogno con le mani ho sfiorato, con i miei occhi ho rubato l’incanto, ho strappato un sorriso e a mia volta mi sono sciolta in dolcezza
con la mente ho percorso passato e futuro, confusi in un istante
non so se credere più vero il sogno o la vita
-
13/03/2009 alle 16:30 #844191
vi racconto la storia della bella addormentata 2 viveva in un paesino di una valle incantata, una bellissima fanciulla
gli occhi azzurri come il mare, la bocca rossa come le ciliegie, una pelle bianca come il latte e dei capelli nerineri, raccolti in una lunga treccia
facciamola breve
com’è come non è, questa bella fanciulla, lascia a becco asciutto tutti gli spasimanti e cade in catalessi: si addormenta, e chi s’è visto s’è visto
la mettono in una radura, su di un bellissimo letto, in una casetta e poi la storia la sapete
com’è come non è, un giorno si sveglia e quindi ritorna al paesello e chevvede?
macchine avanti e indietro, case, circonvallazioni attorno alle case e poi ancora case e altre circonvallazioni attorno alle nuove case
in più, nessuno la caga perchè sono tutti indaffarati: c’è chi parte e va a lavorare a 100km, chi viene a lavorare e arriva da 100 km, tutto un casino, insomma
la piccola fabbrichetta, che costruiva porte in legno, ha dei cartelli enormi davanti al cancello: cassa integrazione, qui si chiude, si va a mettere la fabbrica in polonia
anche l’industria che, ai tempi, metteva l’acqua nelle bottiglie di vetro e che serviva tutte le vicinanze, è in “cattive acque”
la fanciulla preoccupata si informa: l’acqua c’è sempre stata, abbondante
le dicono che i guadagni sono stati messi in una banca dell’america latina, si pensava di farli fruttare nei paesi emergenti….che poi non sono emersi!
la fanciulla esterrefatta risponde:-ma siete rincoglioniti?, ma così si va tutti del culo!-
gli rispondono che l’economia deve girare e che adesso è così, non si può fare nulla, bisogna adattarsi, purtroppo
allora lei se ne va dinuovo nella radura a dormire
fine della storia

-
30/03/2009 alle 11:52 #844254
“Non cercate nel monte un’impalcatura per arrampicare, cercate la sua anima.” Julius Kugy (1858-1944), scrittore e alpinista italiano. -
01/04/2009 alle 20:38 #844283
La promessa Era fine Marzo o inizio Aprile, sicuramente appena dopo Pasqua, era una giornata di inizio primavera,il paese di Bormio si preparava a chiudere la stagione invernale. La neve era oramai marcia a bassa quota, la mitica pista Stelvio ritornava dopo il lungo inverno bianco al verde primaverile ,qualche sciatore ancora si spingeva sino in basso dai 3000m nonostante tutto. Il giovane uscì dall’albergo convinto dei suoi intenti, ben attrezzato: k-way, scaldamuscolo corto,le mitiche scarpe da running e il cd portable. La meta era Lei: la chiesetta che tanto aveva osservato dalla sala da pranzo dell’albergo quel piccolo campanile messo a sentinella dell’abitato di Oga. La sfida era raggiungere la meta, poter ammirare da lassù cosa il panorama aveva da offrire, arrivare in cima, all’obbiettivo senza sapere strade o sentieri, sfruttando solo la propria vista,andando a naso, libero. Il giovane attaccò ad alto volume la musica, la musica degli anni ’80 che ricordava il tempo del bambino quando vedeva i suoi fratelli che uscivano per andare a giro per Torino. Prima un passo poi l’altro e l’albergo che si allontana, la strada che porta verso i campi aperti. Il giovane passò il rinverdito campo da golf, e poi prati, pascoli di mucche e poi, ad un certo punto si trovò sulle sponde dell’Adda.
L’Adda: grande fiume che a quell’altezza è poco più di un rigagnolo reso ancor sottile perché letteralmente intubato per dissetare gli abitanti della megalopoli Milano: città grigia e triste.
La chiesetta lo aspettava guardinga al di là del fiume, subito dopo un bel ripido pendio che tagliava nel bosco di abeti. Un piede e poi l’altro pietra dopo pietra e l’Adda fu guadato, ancora pochi metri di corsa,poi, finalmente…in cima : la chiesa, il fiatone e il giovane contento e soddisfatto si sedette proprio di spalle alla “guardia” di Oga, sul piazzale antistante. Meraviglia! La vista che si godeva dalla chiesa abbracciava tutta la valle di Bormio, in fondo si vedeva il paesino e tutto attorno le montagne accarezzate e schiaffeggiate dalle nuvole di pioggia. E più su dei boschi: la neve e poi, posti più reconditi dove stanno i ghiacciai immersi nel loro assordante silenzio. Lì tornarono forti e vivi i ricordi delle passeggiate nel bosco di Etroubles quando con l’ormai ottantenne zio Renato staccavano la comitiva di parenti e andavano avanti lungo l’Altanavaz. Lì tornarono forti le emozioni provate nella salita al Rutor col padre non molti anni prima, il rumore della potenza delle cascate del Rutor, i racconti delle scalate del padre quando era ragazzo.
Lì il giovane promise a se stesso di andare alla scoperta delle montagne, di smettere di essere passivo spettatore. Abbandonare almeno per un giorno di tanto in tanto il trambusto della metropoli e tuffarsi nella pace della natura a dissetare occhi, anima, cuore, muscoli. La voglia di scoprire posti incontaminati, di tendere le mani alle montagne sempre nel loro rispetto. La voglia di sentirsi tutt’uno con l’immensità della natura quasi a essere invincibile ed eterno, godere del lato più semplice della vita!
-
02/04/2009 alle 11:24 #844298
Racconto del mio incontro con un’alpinista speciale, speciale dal punto di vista umano, prima ancora che per le sue imprese…Walter BonattiSabato scorso doveva andare così, volevo incontrarlo. Mi è saltato un weekend combinato da settimane con amici in montagna, visto il maltempo, e avevo saputo del Festival della Montagna di Cuneo; un nome tra tutti gli appuntamenti mi era saltato agli occhi: Walter Bonatti.
Non avevo mai letto nulla dei suoi libri e sapevo poco della sua carriera alpinistica, ma sentivo che sarebbe stato un incontro molto interessante. E’ andata ancora meglio: con i suoi racconti, dedicati non ai dettagli di ascese al limite del possibile, ma sulla sua ricerca interiore nell’andare in montagna ha catturato completamente la mia attenzione. Nella solitudine della montagna, ci racconta il grande alpinista, ha trovato il senso profondo di sé stesso.
Anche io come lui penso che il profondo silenzio degli spazi infiniti come quelli alpini regali una dimensione unica, dove l’incontro con sé stessi diventa possibile e si può scoprire l’essenza della propria ricerca in questa vita.
“La solitudine esalta ed amplifica i nostri sogni” ci dice, “io devo tantissimo alla solitudine”, trattando così questa intima condizione non come una nemica, ma anzi come fonte di ispirazione, conoscenza e realizzazione del proprio sé.
Alla base della sua avventura per lui c’è sempre stata la curiosità, poi la fantasia e quindi il sogno; ma l’avventura, dice, non può essere un fine; il fine è l’uomo.
E poi parla dell’esistenza in termini di bellezza e meraviglia…
E la paura…anche questa bisogna saperla incontrare, lui dice di essere un fautore della paura, perché non si acquisisce coraggio se prima non si passa attraverso la paura.
Mi coglie l’emozione quando parla del dopoguerra e mette l’accento su come è dura la fame per i bambini e i ragazzi di giovane età…mi immedesimo e mi immagino anche i miei patire la stessa condizione di quegli anni, mi scendono alcune lacrime. Bonatti in quel periodo entra in un gruppo di giovani alpinisti di Monza che si chiamano Pel e Oss, per la loro caratteristica magrezza, provati come sono dalla guerra e dai suoi orrori.
Dalle difficoltà dell’epoca alla necessità di ricostruirsi, di ritrovare fiducia e slancio, cosa meglio della montagna, vissuta interiormente, come pratica formativa?
Molto bello, molto intenso, il suo racconto; la sua voce è forte e cristallina, come una sorgente di acqua pura che sgorga da una roccia, un canto di vita, spontaneo e semplice, vivace e luminoso, gentile ma fermo. Il racconto che ci ha offerto è stato un dono, un dono dal cuore.
Molti spunti interessanti. Non tutti i giorni ci ricordiamo che per imparare a vivere bisogna apprezzare anche le condizioni difficili dell’esistenza, solitudine, paura… che ci insegnano a crescere, a fortificarci. Senza queste difficoltà come potremmo evolvere?
Sarebbe come sperare di volare in alto, ma senza esercitarsi a lungo e senza sperimentare le varie difficoltà provocate da tutti gli elementi dell’aria, come si potrebbe riuscire senza essere in balia dei venti e della stanchezza, già alla più piccola bufera?
Comunque, a Walter, altro che 79 anni! Io gliene darei una sessantina, a dir tanto! E gliene auguro in ottima salute almeno quanti ne ha oggi Cassin!
Bene, ora ho il proposito di leggere qualche suo libro, partendo dall’ultimo, quello che dedica proprio ai suoi ricordi, quello in cui narra di pendii che si perdono nel cielo e di archi di vapori rossi al sopraggiungere dell’alba…
Sono felice di essere andata a Cuneo!
Grazie Walter per la
policromia dei sentimentiche mi hai trasmesso! Un abbraccio
Federica
-
02/04/2009 alle 11:56 #844301gypaet wrote:
Racconto del mio incontro con un’alpinista speciale, speciale dal punto di vista umano, prima ancora che per le sue imprese…Walter BonattiSabato scorso doveva andare così, volevo incontrarlo. Mi è saltato un weekend combinato da settimane con amici in montagna…..
Un abbraccio
Federica
Grande Fede

Allora alla fine e’ stato meglio cosi’

Noi avremo altre occasioni…
Un bacione dalla piovigginosa pianura milanese,
Raf
-
13/06/2009 alle 18:18 #844723
c’è bisogno di un po’ di tenerezza in più di un po’ di comprensione e di rispetto in più
perchè chi è delicato, abbia comunque voce
e si apra uno spiraglio nella prepotenza di tutti i giorni, che vede spianare sotto i rulli della civiltà
tutto quel che vorrebbe respirare e invece viene stroncato
la parte del leone la fa, sempre di più, chi è grossolano
quando si toccano i propri interessi non c’è più nulla che conta
in politica non ne parliamo, ma è così anche nella vita privata
e invece basta andare su una punta, in un bosco, in un posto appartato, non toccato dalla mano dell’uomo
e osservare in silenzio per un po’ di tempo tutt’intorno
si respira il rispetto, la lotta dura ma dignitosa di ognuno, per difendere il proprio spazio e il proprio posto
e ognuno sa fin dove può spingersi per restare libero nella libertà di tutti
-
16/06/2009 alle 17:35 #844728
quando vado in solitaria su per i monti, siano boschi, nevai o sentieri rocciosi, il più delle volte, senza accorgermi, i miei pensieri fissi ritornano ad occuparmi la mente ho sempre avuto dei pensieri fissi, praticamente da quando ho l’uso della ragione
molti sono stati una variazione sul tema, nel senso che, crescendo, certe cose che vedevo in un modo le ho poi viste sotto un’ altra luce
faccio un esempio: mi interessavano molto le farfalle e quindi le uccidevo per infilzarle nella mia raccolta
adesso mi interessano ancora tantissimo, ma non mi sognerei neppure di sfiorarle; mi piace vederle volare
un altro esempio: mi sono sempre chiesta il motivo per cui sono qui, su questa perla di vita che è la terra
tanto tempo fa la risposta era dio, il dio dei cattolici, l’uomo al centro del mondo
adesso continuo a chiedermi che ci faccio qui
sono sicura che c’è una ragione, come c’è una ragione per ogni lombrico e ogni filo d’erba che passa su questa perla di vita che è la terra
ma l’uomo per me non è più al centro del mondo, o meglio, non dovrebbe esserlo
sono sempre alla ricerca di questa ragione come allora
una volta ero soddisfatta dalla mia fede
adesso no
e temo proprio di non riuscire a venirne a capo, nonostante le mie corse piene di pensieri
per ciò, a volte mi arrabbio molto con l’eventuale Principio Primo, in quanto non è gentile sbattere lì un essere e mettergli nella testa mille domande negandone la risposta
poi, certe volte, chiedo aiuto all’analisi numerica: il Principio Primo, la risposta a tutti i perchè, è come l’infinito
l’ infinito “limite”
nell’ avvicinarti all’infinito non ti devi fermare, perchè se pensi di averlo raggiunto con un numero, pur grandissimo, ti sbagli di grosso: sei sempre come al punto di partenza
e puoi sperare di raggiungerlo solo se non finirai mai di cercare di avvicinarti
-
17/06/2009 alle 09:18 #844731annagarelli wrote:
quando vado in solitaria su per i monti, siano boschi, nevai o sentieri rocciosi, il più delle volte, senza accorgermi, i miei pensieri fissi ritornano ad occuparmi la mente
ho sempre avuto dei pensieri fissi, praticamente da quando ho l’uso della ragione
molti sono stati una variazione sul tema, nel senso che, crescendo, certe cose che vedevo in un modo le ho poi viste sotto un’ altra luce
faccio un esempio: mi interessavano molto le farfalle e quindi le uccidevo per infilzarle nella mia raccolta
adesso mi interessano ancora tantissimo, ma non mi sognerei neppure di sfiorarle; mi piace vederle volare
un altro esempio: mi sono sempre chiesta il motivo per cui sono qui, su questa perla di vita che è la terra
tanto tempo fa la risposta era dio, il dio dei cattolici, l’uomo al centro del mondo
adesso continuo a chiedermi che ci faccio qui
sono sicura che c’è una ragione, come c’è una ragione per ogni lombrico e ogni filo d’erba che passa su questa perla di vita che è la terra
ma l’uomo per me non è più al centro del mondo, o meglio, non dovrebbe esserlo
sono sempre alla ricerca di questa ragione come allora
una volta ero soddisfatta dalla mia fede
adesso no
e temo proprio di non riuscire a venirne a capo, nonostante le mie corse piene di pensieri
per ciò, a volte mi arrabbio molto con l’eventuale Principio Primo, in quanto non è gentile sbattere lì un essere e mettergli nella testa mille domande negandone la risposta
poi, certe volte, chiedo aiuto all’analisi numerica: il Principio Primo, la risposta a tutti i perchè, è come l’infinito
l’ infinito “limite”
nell’ avvicinarti all’infinito non ti devi fermare, perchè se pensi di averlo raggiunto con un numero, pur grandissimo, ti sbagli di grosso: sei sempre come al punto di partenza
e puoi sperare di raggiungerlo solo se non finirai mai di cercare di avvicinarti
molto molto bella questa riflessione.
Filosofia e matematica, emozione e razionalità, tormenti ma sostanziale gioia di vivere.
Penso che tu sia una splendida insegnante.
Buone corse

-
22/06/2009 alle 13:06 #844742annagarelli wrote:
…adesso continuo a chiedermi che ci faccio qui
sono sicura che c’è una ragione, come c’è una ragione per ogni lombrico e ogni filo d’erba che passa su questa perla di vita che è la terra
ma l’uomo per me non è più al centro del mondo, o meglio, non dovrebbe esserlo
sono sempre alla ricerca di questa ragione come allora
…
Io credo che tu, come me, hai molto tempo per pensare. Se fossi un bambino spaventato, costretto a lavorare a un telaio 16 ore al giorno, parleresti di “questa perla di vita che è la terra”?Secondo me non c’è proprio nessuna ragione, e la ricerca non è un mezzo ma lo scopo, un espediente per placare il nostro rifiuto di fronte al nulla.
Ultimamente ho parlato purtroppo con amici che hanno perso da poco dei familiari e ricordo il racconto di Touplan, del suo giro il giorno di natale al Tabor da solo: cosa cercava? lui scrisse che salendo pensava a suo padre.
No, non c’è una ragione. Siamo noi che abbiamo bisogno di pensare che ci sia
-
22/06/2009 alle 21:58 #844743fausto1 wrote:
Io credo che tu, come me, hai molto tempo per pensare. Se fossi un bambino spaventato, costretto a lavorare a un telaio 16 ore al giorno, parleresti di “questa perla di vita che è la terra”?Secondo me non c’è proprio nessuna ragione, e la ricerca non è un mezzo ma lo scopo, un espediente per placare il nostro rifiuto di fronte al nulla.
Ultimamente ho parlato purtroppo con amici che hanno perso da poco dei familiari e ricordo il racconto di Touplan, del suo giro il giorno di natale al Tabor da solo: cosa cercava? lui scrisse che salendo pensava a suo padre.
No, non c’è una ragione. Siamo noi che abbiamo bisogno di pensare che ci sia
Io credo che una qualche ragione ci sia e mi piace molto pensarlo, ma non per questo è fondamentale scoprirla. La verità non è in mano a nessuno. Cercare,scoprire ,esplorare e Vivere è fondamentale. Sentirsi vivi, prendere parte al grande spettacolo a modo proprio ognuno come crede, contribuire almeno con un verso.
Vedo la vita come un continuo sentiero in divenire: oggi più dolce, domani più aspro e l’abilità sta nel rimanere sempre in equilibrio, cercare di cadere il meno possibile prendere il sentiero come viene cercare di affrontarlo nella miglore maniera possibile e, non scoraggiarsi se poi non è come ci si aspettava o diventa estremamente faticoso.
Io mi sento vivo quando le gambe mi portano dentro i boschi a correre e mi perdo a sentire i polmoni che si riempono e svuotano di continuo, è come se una mano invisibile mi spingesse verso l’immediata vita coraggioso e spavaldo, sento che in quei momenti potrei farmi carico di una moltitudine di problemi senza sentirne il peso sento in quegli attimi un momento di eternità irripetibile, e corro, corro fin quando i polmoni non scopppiano e mi scappa una bella risata o lacrime di gioia, di pura vita.
E poi io credo che di là della vita qualcosa, qualcuno c’è,ha dato ratio solo a noi e libero arbitrio, poi noi siamo responsabili di ciò che facciamo, ma sapere che un disegno dietro c’è rende certamente la vita differente. Non possiamo sapere se e che disegno sia fino alla fine dei nostri giorni altrimenti che gusto ci sarebbe, ma possiamo sperare e credere o provare a capire, forse questo ha fatto Touplan il giorno di Natale al Tabor. Quando vado in montagna da solo mi pervade un assoluto senso di pace gli occhi si riempiono di paesaggi meravigliosi, e lo stesso quando capito a vedere bei paesaggi al mare o in collina, “cerchiamo le montagne per appartarci un pò più vicini a Dio”. Il mio credere non certo può spiegare tutto, ma rende le cose molto più accettabili.
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26/06/2009 alle 06:13 #844751pilly wrote:
Vedo la vita come un continuo sentiero in divenire: oggi più dolce, domani più aspro e l’abilità sta nel rimanere sempre in equilibrio, cercare di cadere il meno possibile prendere il sentiero come viene cercare di affrontarlo nella miglore maniera possibile e, non scoraggiarsi se poi non è come ci si aspettava o diventa estremamente faticoso.Io mi sento vivo quando le gambe mi portano dentro i boschi a correre e mi perdo a sentire i polmoni che si riempono e svuotano di continuo, è come se una mano invisibile mi spingesse verso l’immediata vita coraggioso e spavaldo, sento che in quei momenti potrei farmi carico di una moltitudine di problemi senza sentirne il peso sento in quegli attimi un momento di eternità irripetibile, e corro, corro fin quando i polmoni non scopppiano e mi scappa una bella risata o lacrime di gioia, di pura vita.
Caro Pilly hai scritto parole che risuonano molto anche in me, anche se con le mie varianti personali; mi piace pensare che ogn’uno possiede dentro di sè una verità, che è una parte di quella Verità che non possiamo comprendere fino a…chissà…ma verso la quale tendiamo.il cammino di ciascuno è ricerca, è desiderio di crescere e migliorare; le esperienze più difficili e dolorose sono spesso quelle che ci permettono di fare un salto in questa crescita di consapevolezza, di poter scegliere di amare, nonostante tutto, di essere fiduciosi, dopo aver toccato il fondo; perché arrivati a quel punto per tornare a Vivere si sceglie finalmente la luce…
La montagna mi ha portato tante cose: ha liberato lacrime, ha alleggerito il cuore, ha aperto il respiro, mi ha offerto il suo orizzonte, mi ha riempito gli occhi e l’anima, coi suoi colori, con i canti degli uccelli, le nuvole nel vento, i profumi di erba e fiori, mi ha dato sensazione di vita, di libertà, mi ha ispirato alla gioia pura, così come in silenzio ha accolto il mio passo e i miei pensieri ombrosi. In essa ho vissuto questo e molto altro. Ad essa sono legati anche tragici eventi per i quali ho sofferto profondamente. Eppure anche oggi l’amo.
Per qualcuno è la montagna, per qualcuno il mare, un bosco, un prato fiorito; sempre la natura ci permette di immergerci in noi stessi e trovare l’essenza di Dio, il Dio di tutte le creature, dentro la corolla di un fiore, negli occhi di un animale selvatico, nel volo di una farfalla, così come nelle profondità del cuore di ciascuna donna e ciascun uomo che abita la terra, che si trovi nella gioia o nel dolore, sulla punta di una montagna come nel centro di un’affollata città.
La sensibilità e l’amore che Jean aveva per la natura, la montagna, le persone che incontrava lo rendeva già sulla terra molto vicino al cielo.
Ora un ponte di luce è tra lui e noi.
Questo è il mio pensiero.
Vi auguro buon cammino.
CANTO DI VIAGGIOO sole, entrami luminoso nel cuore,
o vento, disperdi con il tuo soffio pene e malanni!
Non conosco sulla terra gioia più profonda
dell’essere in viaggio in paesi lontani.
Verso la pianura dirigo i miei passi,
il sole deve bruciarmi, il mare rinfrescarmi;
per partecipare alla vita della nostra terra
dischiudo festosamente tutti i miei sensi
E così ogni giorno novello deve
indicarmi nuovi amici, nuovi fratelli,
finchè senza pena posso mettere in luce ogni energia,
essere amico e ospite di tutte le stelle.
-Hermann Hesse-
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08/07/2009 alle 21:21 #844810
lo spirito francescano predicava tanti anni fa ciò che adesso ci insegnano gli ecologisti o i “verdi”, non so fino a che punto disinteressatamente. Se fossi un ecologista tante volte mi sentirei preso per il culo da certi personaggi pubblici che predicano l’ecologia e poi viaggiano sul macchinone e mandano a spasso la moglie con la pelliccia o altri rossi più del fuoco che predicano l’uguaglianza, il potere operaio e poi si fanno le ferie sulla barca a vela…………… Ho grossi pregiudizi per chi si fa tanto scrupolo per la natura, ho brutti ricordi di certe persone. A volte chi tanto si cruccia per cagnolini e fiorellini ha in uggia i propri simili.
Può succedere di incontrare persone che hanno più considerazione del loro cane che degli altri, s’indignano dei locali che ne vietano l’ingresso e magari poi s’infastidiscono dei bambini che corrono o degli infanti che piangono………..”disturbano!”.
Non è il caso vostro.
Tu Anna fai l’insegnante, lascerai un segno indelebile nella crescita dei ragazzi che ti seguono, magari lo capiranno solo tra qualche anno. Contribuire alla loro formazione è una vocazione.
Io sono un credente perchè tanto credo a tutto ed anche un pessimo cristiano, cosa ci sto a fare su questa terra non l’o so, cerco di essere onesto, vorrei sentirmi in pace con la mia coscienza.
Essere coerente con i propri ideali tante volte ti porta a scontrarti con gli altri, ti rendono la vita impossibile.
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08/07/2009 alle 21:47 #844811
Il mio intervento forse non c’entrava molto con le poesie e i racconti. Vado qualche volta a fare canali con gli sci, da solo perchè non vorrei mai essere portavoce ai parenti di qualche disgrazia di qualcuno che conosco, se succede a me verranno poi a cercarmi perchè tanto in certi posti non si deve sbagliare.
Vivo appieno la mia libertà, per un giorno della settimana sono libero di decidere del mio destino senza alcun condizionamento esterno.
Mitiene compagnia la paura mentre salgo, la concentrazione.
Quando metto gli sci per scendere e faccio la prima curva dimentico tutto. Il mio mondo sono i due metri che stanno sotto di me: lo spazio di una curva. Per i pochi minuti che sono nel difficile dò tutto me stesso per fare tutto in modo impeccabile.
Tante volte arrivo al fondo e non mi giro nemmeno indietro a guardare da dove sono sceso, mi restano le emozioni vissute, per qualche minuto mi sono sentito padrone della mia vita, ho combattuto con tutte le mie forze per arrivare al fondo in piedi. Per qualche minuto ho ritrovato un po’ di fiducia in me stesso.
Nella vita normale non è possibile, troverai sempre qualcuno a metterti i bastoni tra le ruote, ad importi certe scelte invece di altre, a trattarti come un’incapace.
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07/10/2009 alle 22:33 #845121
TEMPO Inesorabile e accanito
mi sfugge il tempo
a star qui tra frenesie
e isterismi generali
cercando di imboccare
il miglior sentiero per la vita mia.
Chiudo gli occhi e m’immagino
a calpestar fili d’erba, a salire sentieri impervi
che ti lanciano in una sfida di vita.
M’immagino a contemplar massici e capirne i nomi.
E il mio udito ha fame del canto del vento,
delle cascate, dei ruscelli e dei torrenti
e voglio sentire il rumore del silenzio di montagna.
L’estate lassù ha già ceduto il passo ed è un carnevale di colori.
Presto torno!
Presto arrivo! Di nuovo!
Ho bisogno di un pò d’essenza di eternità.
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16/10/2009 alle 20:26 #845153
ALTA MAREA CAPITOLO 1
Ventisei novembre 2006. Non avrei mai immaginato che l’idea di andare in montagna mi avrebbe salvato la vita.
Alle 6.30 suona la radiosveglia, sintonizzata sul terzo programma della RAI: un po’ di musica classica, un breve notiziario, pochissima pubblicità…
Do subito una sbirciatina fuori per vedere com’è il tempo: piuttosto grigio, non ispira levatacce… Mi giro dall’altra parte per pensare a come trascorrere la giornata e ne approfitto ancora un po’ per poltrire tra le lenzuola. Nel dormiveglia sono combattuto tra il desiderio di azione e il sonno, che mi ancora pesantemente al materasso. Nei rari momenti di coscienza penso che i modi migliori per santificare decentemente questa festività di mezza stagione potrebbero essere almeno tre: andare al caldo ad arrampicare, fare una bella camminata in montagna, o addirittura un giro in bici, dato che hanno previsto sole oltre i 1600/1700 m…
Ma per il momento la cosa più bella che riesco a fare è continuare a dormicchiare nel tiepido microclima delle coperte: il ronzio sommesso della radio, più che da sveglia, tutto sommato agisce da ninna nanna e mi tiene una piacevole compagnia. Stamattina poi, nel letto c’è più spazio del solito; posso addirittura concedermi il lusso di starmene stravaccato in diagonale senza rischiare di andare a sbattere da qualche parte: Laura è andata in Liguria a trovare i suoi genitori.
Verso le otto la radio interrompe improvvisamente il suo brusio perché viene a mancare la luce; ne approfitto per rompere definitivamente gli indugi e alzarmi. Fuori c’è uno spesso strato di nuvole che taglia la Bisalta a metà, verso i 1600 m. di quota.
Mentre faccio colazione continuo a rimuginare sul tempo veramente poco invitante e, scartate tutte le altre possibilità, mi convinco che il gioco più bello di oggi potrebbe proprio essere quello di andare a bucare sta dannata nebbia, pedalando su una strada che mi porti facilmente in quota.
Nella zona del Colle di Valcavera-Rocca la Meja, per esempio.
Detto fatto.
Prendo con me due calzamaglia, le mutande nuove da bici, quelle col pannolone sotto il sedere, 2 giacche di pile, un paio di guanti leggeri, una fascia e un foulard. Da mangiare: 3 barrette, una pagnotta e un po’ di cioccolato. A Demonte compro ancora 2 banane; poi continuo ancora in furgone nel Vallone dell’Arma, fino a quota 1400, e alle 10 e 30 circa incomincio finalmente a pedalare.
Dopo qualche centinaio di metri devo lasciare l’asfalto per imboccare sulla destra uno sterrato in direzione del Gias superiore di Viribianc. Dalla gran quantità di luce che sembra filtrare attraverso lo strato di nubi, si può effettivamente presumere che prima o poi non sia del tutto improbabile saltare fuori da questo triste grigiore. Ma incontro 2 tipi con l’aria desolata che stanno tornando indietro perché più in su, alle case, erano ancora completamente avvolti dalla nebbia totale, senza più sapere dove andare.
Nessuno di noi avrebbe mai immaginato che la loro decisione di scendere a valle si sarebbe rivelata fatale…
All’alpeggio il tempo fa proprio schifo: nebbia fittissima, umido e freddo; non un’anima, non un’indicazione; e in compenso, pochissimi punti di riferimento.
Per cercare di non perdermi, guardo più volte la cartina, pur sapendo che è strapiena di errori. Poi seguo lungamente un esile rigagnolo d’acqua, spingendo la bici in mezzo a numerosi massi; di tanto in tanto faccio degli ometti di pietra per orientarmi meglio, nel caso che al ritorno, per qualsiasi motivo, fossi costretto a ridiscendere da questo stesso versante. Il mio programma di massima, infatti, sarebbe quello di raggiungere il Passo Viribianc, a 2180 m., e di qui scendere un pezzettino in Valle Grana, verso il Santuario di Castelmagno; poi risalire lungo la strada che ritorna al Colle di Valcavera, attraversando alcuni colli a 2400 m. e chiudere l’anello.
Questa, tra l’altro, è una delle strade più belle delle Alpi; qualche anno fa vi fecero passare il Giro d’Italia e non dimenticherò mai lo stato d’animo eccitatissimo del telecronista, incredibilmente entusiasta dei verdissimi paesaggi che vedeva…
Verso i 2000 m. finalmente la nebbia si dirada, e a poco a poco mi trovo ad essere completamente al sole.
Uno degli spettacoli che più mi affascinano in montagna è proprio il momento in cui si dissolvono le nebbie: quasi sempre si vengono a creare infiniti giochi di luci ed ombre: mentre le asperità del terreno trattengono ancora gli ultimi brandelli di nuvolaglie, si creano dal nulla mutevoli sipari tridimensionali che lasciano alla fantasia dello spettatore mille occasioni di intrattenimento, mentre assiste alla transizione dal bianco e nero al colore.
Adesso il cielo è diventato completamente azzurro e la temperatura dell’aria è addirittura piacevole. Piano piano incomincio a vedere sempre meglio tutto ciò che mi circonda: prati gialli, qualche roccia e un’abbondante spruzzata di bianco: la prima neve dell’inverno 2006…
Quando raggiungo il colle si è già alzata un po’ d’aria; guardo sull’altro versante per cercare di individuare subito la parte successiva del percorso, ma non riesco nemmeno a vedere il santuario di Castelmagno perché è ancora nascosto dentro alla fitta coltre di nebbia.
E non solo. – E a questo particolare, tra l’altro, prima non ci avevo neppure pensato – ma la presenza della neve fresca ed eventuali zone ghiacciate sui versanti nord dei pendii potrebbero farmi perdere tempo prezioso. Adesso che le giornate sono così corte…
In questo innocuo gioco domenicale sono rimasto “imprigionato” in una fascia di territorio erboso, compreso tra i 2000 m. e i 2200 m. di quota: tra la nebbia, in basso, e la neve, poco più su. Dall’umido della nebbia sono appena riuscito a fuggire, ben felice di raggiungere il tepore del sole; ma adesso che sono qui, non mi sembra ragionevole voler ostinatamente continuare a pedalare… Lascio il biondo cavallo d’acciaio al colle e continuo a piedi lungo una cresta, verso la Punta di Viribianc, a poco più di 2400 m., giusto per non lasciar finire la giornata così presto e godermi al massimo il magnifico sole di oggi.
Il mare di nuvole, in montagna, è uno spettacolo che raramente si dimentica: sconvolge i panorami consueti e scontati a cui l’appassionato ha fatto ormai l’abitudine, re-inventando situazioni nuove: le cime fuoriescono come isolotti sperduti dall’uniformità del magma grigio… Quasi tutta la gente che rimane sotto, al freddo e all’umido, non immaginerebbe mai che poche centinaia di metri più in alto possa risplendere un sole bellissimo e addirittura fare anche più caldo.
Il mare di nebbia oggi raggiunge i 2000 m. Chissà quante altre volte, in montagna, mi è capitato di vedere uno spettacolo del genere… Però devo ammettere che questa volta è particolarmente fantastico. Forse a causa dell’angolatura insolita da cui osservo le stesse montagne che ormai conosco a memoria; forse per la densità dello strato di nebbia, che oggi sembra molto consistente…
L’Argentera, il Monte Matto, la Rocca la Paur, il Malinvern, la Maladecia, tutte imbiancate dalla prima neve e con il mare di nebbia che si insinua profondamente nei valloni sottostanti, sembrano cime himalayane che si innalzano al di sopra di enormi e tormentati ghiacciai, bianchi e scintillanti. Tutto il resto, tutta l’immane distesa gassosa che ricopre la pianura, sembra invece un immenso lago.
Per un attimo mi viene da immaginare come potrebbe essere la vita da queste parti se il mare di nebbia che sto vedendo in questo momento fosse realmente la superficie di un vero mare; come se al posto della Pianura Padana ci fosse il Lago Titicaca… Con le navi che passano tranquillamente tra la Bisalta e il Mongioie… Senza pianure, fabbriche, squallidi capannoni di cemento, strisciate nere di veleni inquinanti sospesi a mezz’aria, nei cieli tra Torino e Magliano Alpi…
Ma la devo smettere ben presto di lavorare a vanvera con la fantasia, per dar retta ai reclami – per nulla virtuali – del mio stomaco vuoto.
E mi fermo a mangiare qualcosa.
Una volta placata la fame, con la pancia piacevolmente piena e il vago tepore del sole sulle guance, quasi inavvertitamente l’abbiocco ha il sopravvento, e mi addormento per qualche minuto con la schiena ben appoggiata ad una pietra.
Quando mi sveglio la luce è già un po’ più bassa: sarà passata più o meno mezz’ora, e la nebbia sotto di me pare ancor più densa di prima. Penso ancora una volta a tutti quelli che sono rimasti giù, trascorrendo una domenica insapore, senza sole.
Mentre mi incammino verso la bicicletta, alcuni gracchi si levano in volo dai prati ingialliti, planando in gruppo verso ovest. Ad un tratto vedo la mia ombra proiettata in basso a sinistra, contro lo schermo della nebbia, con una specie di arcobaleno variopinto tutt’intorno, come una grossa aureola colorata. Che Dio mi abbia proclamato santo di colpo?
Ben difficile: è un particolare fenomeno ottico che in certe condizioni di luce ed umidità, raramente prende vita in montagna.
Quando raggiungo la bici, abbasso quasi completamente la sella per continuare la discesa in sicurezza.
Adesso che scendo, mi conviene rimanere un po’ più a ovest rispetto alla linea che avevo tenuto in salita; vi sono dei prati forse un po’ più ripidi, ma certamente più lisci: così ci guadagno in divertimento e in scorrevolezza.
Godo come un mandrillo tutte le volte che riesco a scendere dalle montagne comodamente seduto in sella, invece di logorarmi ulteriormente le ginocchia camminando…
Cosi facendo ritorno nuovamente il Gias di Viribianc senza tanti problemi, nonostante la nebbia fittissima. In certi punti non si vede più in la’ di 10 metri dal naso. Quando ritrovo la sterrata posso finalmente rilassarmi, perché ormai qualsiasi possibilità residua di sbagliare strada è matematicamente esclusa. Sono leggermente indeciso se sia il caso o meno di fare una capatina alla pasticceria di Demonte, ad avvelenarmi con quegli smisurati e burrosi cannoli alla crema quando, nel fitto della nebbia, mi pare di intravedere a tratti, davanti a me, alcuni strani riflessi, quasi come se ci fosse una specie di distesa liquida.
Allucinazioni ipoglicemiche?
Continuo lentamente sulla strada, con una certa curiosità, e poco dopo, se non inchiodo la bici di colpo, per un soffio non vado a finire a bagno: la strada, la stessa, identica strada che avevo fatto all’andata, finisce direttamente nell’acqua, dentro una specie di enorme lago che prima, assolutamente, non c’era…
“Che cazz…?!”
Non riesco a capire.
Cerco di ragionare: ok che in discesa non ho più seguito fedelmente tutti gli ometti che avevo fatto in salita, ma questo è capitato solo perché dal colle avevo visto chiaramente che era meglio fare così: ho preferito seguire una linea più diretta, a nemmeno 200 m. da quella che avevo fatto in salita. Se ci fosse stato un lago qui vicino l’avrei visto anche con la nebbia, lo avrei intuito dalla conformazione del terreno, lo avrei visto sulla cartina, e poi – porco boia! – lo so perfettamente che qui intorno non c’è nessun lago!
Avevo appena rivisto due minuti fa le mie tracce di salita impresse sul fango della strada; non posso mica essere finito in un altro posto! E poi, le costruzioni del gias le avevo memorizzate bene all’andata: una specie di villetta di recente costruzione, le tettoie per le bestie, in cemento, e una costruzione di lamiera. Niente da fare: sono proprio, esattamente, dove ero questa mattina. Non sono mica scemo.
Scendo dalla bici con una certa agitazione addosso – anche perché adesso sono quasi le tre del pomeriggio – fra due ore è già buio – e incomincio a camminare nella nebbia, seguendo per qualche decina di metri il bordo di questo strano lago. L’acqua scura e calma viene dolcemente a sbattere contro l’erba della montagna e poi si ritira ciclicamente, con un suono quasi argentino, proprio come in un qualsiasi, normalissimo lago di questa terra… L’unico particolare che in effetti non quadra molto è il colore marrone dell’acqua e la notevole quantità di oggetti galleggianti – soprattutto pezzi di legno e rottami di plastica – che vedo in giro; esattamente come accade nei fiumi in piena…
“Eh si, ma questa mattina non c’era mica nessun lago, qui, porco boia!
E poi… Se si vedesse almeno qualcosa!” Mi scappa ad alta voce mentre provo a ritornare un po’ indietro, in una nebbia sempre più fitta ed inquietante.
Provo a non risalire più sulla strada dalla quale scendevo, ma a seguire esattamente il livello dell’acqua, per vedere se in qualche modo ne riesco a venire fuori aggirandola lungo i prati, in modo tale da trovare una via di uscita che mi porti velocemente alla strada asfaltata e al furgone, che ormai è solamente poco più giù.
Ma l’aspetto che in realtà non mi torna molto, mentre cammino con passo affannato, è come faccia ad esserci un lago in una scarpata… Cerco di spiegarmi meglio: quando cammini in montagna, sali, sali, sali; poi, se ti capita di trovare una zona pianeggiante, o una conca, allora, in quel posto li, è ragionevole che ci possa anche essere un lago. Non è detto che ci sia automaticamente, ma quasi sempre, in effetti, c’è. Qui invece non c’è nessuna zona pianeggiante; la strada, la stessa strada che avevo fatto in salita, taglia un ripido costone della montagna… Quindi i casi sono 2: o questo lago è in discesa, cosa assolutamente impossibile; oppure è talmente grande da riempire tutto il Vallone dell’Arma.
Questa seconda ipotesi, pur nella sua drammaticità, mi pare l’unica accettabile.
Non so nemmeno io se ridere o piangere.
Cammino ancora 10 minuti, fino ad una profonda erosione sulla riva che mi impedisce di proseguire, se non a rischio di finire a bagno; e, soprattutto, facendomi capire in maniera definitiva le reali dimensioni di questo assurda massa d’acqua.
I conti non tornano… Un lago non può nascere così, dalla mattina alla sera.
Intanto la nebbia, come spesso accade dopo una giornata di brutto tempo, lentamente si sta diradando: una falce di luna stretta stretta appare in cielo, più o meno dalla stessa parte in cui il sole è tramontato.
Oltre il sommesso e ritmico suono prodotto dai deboli movimenti dell’acqua, si sente ancora qualche ultimo, timido cinguettìo in lontananza…
Tra poco la fredda notte di novembre prenderà il sopravvento, stringendo tutto nella morsa inesorabile del gelo, in questo periodo dell’anno in cui le ore di sole sono diventate veramente così poche. Anche i pendii della montagna, piano piano si ripuliscono, in questa a dir poco stranissima serata senz’aria: c’è una quiete irreale intorno a me, mentre gli ultimi brandelli di nebbia scendono a rallentatore lungo i prati rinsecchiti, andando a fermarsi sulla strana distesa d’acqua, formando una specie di cuscinetto sopra di essa. In certi momenti, addirittura, mi sembra di poter notare che il lago si spinga ben al di là dell’erosione che avevo raggiunto poco fa. Per quanto riesco a vedere a causa dell’oscurità incalzante, l’impressione che mi rimane non è certo delle più rassicuranti: è un po’ come se tutto il mare di nebbia che per l’intera giornata non mi sono mai stancato di ammirare, si fosse alla fine trasformato veramente in acqua, proprio come – ad un certo punto della gita – mi ero divertito ad ipotizzare, giocando innocentemente con la fantasia…
“Sta a vedere che questa sera è la volta buona che non torno a casa… E pensare che sta volta non me la sono neppure andata a cercare…”
Breve punto della situazione:
1 – scappatoia verso monte: risalire per la seconda volta sui miei passi, ritornare al colle, scendere in Val Grana, su Castelmagno, poi in autostop verso Cuneo, e poi… No, troppo tardi. E’ già quasi notte adesso, dove vado? Poi di la c’è un casino di neve, a che ora arriverei a Castelmagno? E chi mi porterebbe giù a quell’ora?
2 – In giù ovviamente non si scende perché c’è l’acqua. Non sono mica un sommozzatore. L’acqua mi ha sempre dato un certo fastidio, non sono mai stato un tipo eccessivamente acquatico, e oltretutto adesso incomincio anche ad aver freddo…
3 – Il gias, meno male che c’è il gias: lo avevo trovato così insignificante all’andata, e invece, ora invece mi sembra essere diventato improvvisamente una reggia, l’unica soluzione possibile. Sempre ammesso di riuscire ad entrarvi. Dormo qui, mi riposo bene, poi domani mi alzo presto e, con la mente fresca e con tutta la luce che voglio, mi studio tranquillamente la situazione, per valutare al meglio il da farsi.
Tanto domani incomincio solo alla terza ora.
Ma c’è ancora una cosa che mi assilla un po’, e cioè il fatto di non potere avvisare Laura che non mi è successo assolutamente niente, che sto perfettamente bene, e che è solo una strana “causa di forza maggiore” quella per cui mi devo fermare qui sta notte.
Basterebbe avere un cellulare: lo apri, schiacci un tasto, e senza nemmeno fare la fatica di ricordare e comporre il numero, dall’altra parte del mondo, la persona che desideri ti risponde subito.
Fantastico, il progresso!
Ma fin troppo facile, forse.
E anche un po’ poco naturale…
Indubbiamente, senza fantasia…
Io non faccio uso di telefonini, anche se in verità era da qualche mese che io e Laura ne stavamo parlando; alla fine sono arrivato alla conclusione che in effetti, in certi casi, in montagna o quando si va a volare col deltaplano, questa piccola invenzione dell’Homo Sapiens potrebbe risultare di grandissimo aiuto.
Ma lo capirei solo in queste rare circostanze di emergenza. Non in casi superflui.
Fatto sta, comunque, che adesso l’aggeggio non ce l’ho.
E devo riconoscere che finora ho vissuto benissimo lo stesso; oltretutto non so nemmeno se in questo vallone sperduto arriverebbe il segnale…
Quindi, nessuna telefonata.
Laura arriverà a casa, e non vedendomi arrivare, verso le 20 incomincerà a preoccuparsi. Dopo mezz’ora, alle soglie della paranoia, proverà a telefonare a destra e a sinistra per avere notizie di me, per cercare di ricostruire la mia giornata, per sapere almeno in quale valle mandare le squadre del Soccorso Alpino…
Il pensiero di farla stare in ansia e di non poter fare niente per ovviare a questo inconveniente, assommato alla pesante incertezza di come sarà il mio domani, in relazione a questa enorme, improvvisa, e inspiegabile “massa d’acqua” (non saprei come chiamarla altrimenti) mi causano un pesante senso di malessere. Molto più grande della consapevolezza di dover affrontare una notte fuori casa a quasi 2000 m., a fine Novembre, da solo, con pochi vestiti, e praticamente senza cibo…
Sono abituato a stare da solo in montagna e a fare anche un po’ di fame, se è necessario: è il mio ambiente, so come comportarmi in queste situazioni. Quello che invece mi preoccupa da morire è il non sapere come, quando, e perché si sia formato questo dannato lago. Lo trovo inconcepibile, assurdo, terribilmente kafkiano…
La casa del pastore è una costruzione piuttosto recente; sono ormai quasi estinte del tutto le baracche fatiscenti in cui negli anni ’70 solevamo passare le notti per risparmiare i soldi del rifugio: il Gias del Lagarot, sotto il Lourousa, le Grange Sagneres, sotto la ovest del Viso, il Masso del Remondino, sotto la Nasta, e, più recentemente, la baracca di Combeynot, sotto Les Agneaux, mi vengono in mente tutte insieme mentre, al buio, vado alla ricerca di qualche idea per entrare. Negli ultimi decenni, invece, grazie soprattutto ai fondi della Comunità Europea, le sistemazioni estive dei pastori sono diventate delle piccole regge, con tanto di pannelli fotovoltaici sul tetto.
Non mi sono mai piaciuti gli atti vandalici fini a se stessi; scardinare l’anta in legno di una finestra non mi sembra una colpa grave, in un frangente come questo: se dovessi trascorrere la notte all’aperto, con i soli vestiti che ho dietro (due calzamaglia, una maglietta in capilene, un pile windstopper, una fascia e un paio di guanti di pile) non riuscirei a dormire per più di 10 minuti.
Mi sento quasi in soggezione, quando alla fine varco la privacy di questo edificio, trovando nel suo interno una piccola stufa con un po’ di legna accatastata, asciutta e spaccata; una vera luce elettrica, perfettamente funzionante, grazie ai pannelli; poi, ancora, un fornello a gas, un letto con delle coperte, un tavolo e delle sedie… Un vero rifugio, insomma.
Anche tra i pastori vi sono maiali e gentiluomini. Quelli del Gias superiore di Viribianc appartengono alla seconda categoria, a giudicare dall’ordine e la pulizia in cui hanno lasciato il locale prima di tornare a valle. O perlomeno, tra di loro ci deve essere per forza anche una donna.
Avevo quasi provato la stessa sensazione di benessere solo tre mesi fa, tra le montagne piovose della Slovenia. Una coppia mai vista ne’ conosciuta prima, vedendo me e Laura viaggiare con le nostre biciclette stracariche di bagagli, ci offri’ la possibilità di trascorrere la notte in una casetta di legno di loro proprietà, in mezzo alle montagne, con tanto di birra, funghi freschi e musica…
Qui a Viribianc non posso godere di tutte quelle comodità. Però trovo un pacchetto di pastina già aperto, con cui mi faccio una minestrina con degli spinaci raccolti fuori. Sulle cacche delle mucche crescono sempre gli spinaci di montagna, una verdura di cui sono particolarmente ghiotto.
“Certo – e alla fine mi ritrovo sempre, inevitabilmente, sugli stessi pensieri – Certo è – dicevo – che tutta quell’acqua la fuori deve pur avere una specie di diga che la contenga, da qualche parte … Può mica stare su da sola… La fisica, come la matematica, non è mica un’opinione!
Ma dai, non avere tutta questa fretta, aspetta ancora qualche ora; lascia passare la notte con calma, e domani, col sole, vedrai che sarà tutto subito più chiaro…”
Comunque sia, a scanso di equivoci, prima di andare a dormire metto ancora una volta il naso fuori, per controllare la situazione: stazionaria, nessun cambiamento…
Sto cazzo di lago è sempre lì, tranquillo e beato, come se abitasse questa valle da milioni e milioni di anni.
da “Alta Marea” igor napoli, Magenes editore, Milano
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01/11/2009 alle 12:51 #845332
oggi sono andata, come di usanza, a ricordare i miei morti dove, se non nel bosco?
non c’è ambiente più consono
niente ressa
nessun fiore reciso per l’occasione
ma colori stupendi, ogni cosa al posto giusto
poi lì, la nascita e la morte hanno un confine sottile
e se è forte il timore della fine, ha l’ unico scopo di alimentare un grande rispetto per la vita
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01/11/2009 alle 21:44 #845334
VORREI vorrei saper scrivere come sento
vorrei saper scrivere come vivo
vorrei saper scrivere come soffro
vorrei saper scrivere come gioisco…
…allora scriverei di piccoli riti
di saluti frettolosi e freddolosi in mezzo ad un parcheggio
grigio in una giornata grigia
che si colorano col calore dell’amicizia
che danno per scontata una sosta al bar
per ritardare di un poco una fatica gratuita
di conquiste inutili
eppure importanti
scriverei di ammiccamenti complici
con il “complice” di turno
verso la “vittima” di turno
presa di mira per le sue magagne
o i suoi successi
o per le sfighe ricorrenti
per l’aneddoto immortale
per I suoi vizi di baccaglio…
..o, perche’ no?, per le sue tette
o le sue mani grandi
scriverei del gioco antico
del “io so che tu sai che io so”
veicolato dagli sguardi
che corrono veloci tra di noi
da uno all’altro, cambiando soggetti e oggetti
come corde spostate da un chiodo all’altro
metterei nero su bianco
quel momento magico in cui
il compagno e’ fuori portata d’orecchio
e ti trovi in una bolla di intimita’
in cui si schiudono, fioriscono e appassiscono
discorsi profondi
abissi sull’anima
panorami interiori
non importa se in compagnia di un’altro essere umano
o da soli
pennellerei parole di sole,
rubate all’azzurro del cielo,
per raccontare lo stupore che provo
di fronte ai colori dei boschi
in questi giorni d’autunno;
e frasi di nebbia,
imbottigliate dentro il mio cuore
mentre sono appesa ad una parete,
per proteggere e coccolare
la contraddittoria nostalgia
per anni passati a combattere
che hanno lasciato spazio alla vita
inciderei su una tavola di pietra
ideogrammi infantili
per disegnare quanto sciocchi si puo’ essere
a 40 anni suonati, e, tuttavia,
sentirsi chiamare “mamma ros”
e commuoversi pure
urlerei al mondo la rabbia
di una buffona seriosa
che prende lezioni di vita da se stessa,
ma ogni volta solo dopo
aver battuto il naso
ma canterei anche,
rubando parole a canzoni note,
perche’ di mie non ne ho,
o non ne trovo,
della felicita’ di trovarsi tra amici
dopo una giornata insieme
non un grammo piu’ intelligenti
non una virgola piu’ bravi
non un centimetro piu’ arrivati
ma tanto tanto tanto piu’ vicini
…ma non so scrivere cosi’…
..e allora mi limito a nascondere
lacrime di gioia nel buio di un auto
all’imbrunire, al ritorno dai monti
sapendo che gli altri
non vedono i miei occhi lucidi
ma osservano la mia anima
vibrare insieme alla loro
al suono di una musica malinconica
-
02/11/2009 alle 00:35 #845335
ciao ing.non so se era tua o se hai rubato in giro.. ( in ogni caso rubato bene e bisogna sapere fare anche quello per scrivere ) ma comunque bella.. -
02/11/2009 alle 07:41 #845336
tnx! effettivamente ho rubato un po’..
😳 ..,a me stessa, da una mia vecchia poesia scritta in tempi lontani per situazioni diverse, ma che come “mood” interiore ci azzecca ancora
-
02/11/2009 alle 16:12 #845337
Ros… è bellissima
grazie per questa condivisione profonda
come farai ora a dire che non sai scrivere di intimità?
un abbraccio
-
26/02/2010 alle 23:08 #846514
I VECCHI DI MONTAGNA Seduti su un ballatoio di legno
accanto un bicchiere di rosso e un pezzo di formaggio,
occhi lucidi e vispi,
chiari come l’azzuro dei ghiacciai
solcati da attimi lunghi di vita come gole profonde.
Seduti a osservare cime e punte
boschi, nevai o ghiacciai appesi a pareti verticali.
Animo impenetrabile che brilla negli occhi chiari,
pensieri semplici e profondi come i seracchi di chi ha conosciuto un altro mondo,
un altro tempo.
Pensieri di chi non ha conosciuto frenesia o il costante baccano della vita moderna,
di chi ha vissuto la montagna come vita racchiusa in una vallata e non sa qual mondo oltre esiste.
Loro, “i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria, improvvisavano di poesia, loro tirati su a castagne e ad
erba spagna”.
Loro nati in inverno e messi su quello stesso ballatoio in fasce, sotto metri di neve per aprire i polmoni.
Loro che hanno sentito la voce e le canzoni della valle e hanno conosciuto una vita scandita dai ritmi naturali delle stagioni.
I vecchi di montagna
ti parlano con lunghi silenzi e qualche frase intrisa di profonda esperienza.
I vecchi di montagna di parlano al cuore portandoti in un mondo ormai scomparso,perduto
e tu ti fai portavoce dei loro pensieri dei loro silenzi e delle loro vicende crescendo nell’animo.
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04/04/2010 alle 08:10 #847140
Neve in volo…Me ne avevano parlato qualche mese prima.
Un gipeto bianco, si, candido come la neve, percorreva le alte valli vicino a me e sicuramente i versanti francesi appena dietro le creste di confine.
Era comparso forse nella primavera dello scorso anno e non si sa proprio da dove fosse sbucato.
E dire che un adulto così chiaro, meglio dire bianco come la neve, non si era mai visto. Di solito gli adulti amano fare dei bagni di terra che colorano di giallo-arancione il piumaggio di addome e ventre.
Ma questo no, questo ama distinguersi, ama sorprendere.
Così nell’autunno scorso, consapevole di una nuova ricchezza per la mia piccola fetta di Alpi, mi accingevo a partecipare alla giornata di osservazione in contemporanea su tutta la catena piemontese-valdostana di queste meravigliose creature.
Salgo da sola, nella mia alta valle per elezione, salgo fino a circa 2600 m, mi trovo una sella spaziosa dalla quale posso ammirare i versanti della valle delle mie origini e quella impervia del lato orientale del Cournour. Una piccola perla di lago è incastonata sotto di me, sonnecchia e cambia colore col mutare del cielo, ora un po’ più blu, ora percorso da veloci nubi.
Aspetto.
Non è un’attesa vuota: sotto di me gruppetti di capretti di camoscio e le loro madri sonnecchiano tra le rocce e le magre praterie. Non mi vedono né sentono, “l’aria tira verso di me, altrimenti a quest’ora si sarebbero già dissolti come neve al sole”, penso. A un tratto vedo qualcosa di color rosso fuoco, tra le pietre, a pochi metri da una femmina di camoscio coricata.
Il binocolo mi permette di allungare la vista e scopro che si tratta di una splendida volpe con un mantello di pelliccia, fitto e luminoso, acceso di colori ramati; anche lei, per nulla interessata in quel momento a cercarsi una preda, si sta prendendo cura di sé e si allunga ai tiepidi raggi del sole.
Sposto lo sguardo spesso al cielo e alle cime circostanti, ai colletti rocciosi, ai contrafforti dell’impervio Cournour. Spero in un’apparizione.
Alcuni uccelli fanno da sottofondo musicale a questo inizio di autunno, con i loro ultimi richiami della stagione, per queste quote; resiste ancora quassù il codirosso spazzacamino, alcuni spioncelli e passano in volo gli eleganti corvi imperiali. Sempre dal versante dei camosci vedo partire un uccello nero in volo verso il basso, piuttosto massiccio di corpo: un fagiano di monte è partito qualche centinaio di metri sotto di me, probabilmente si trovava a quella quota a spiluccare gli ultimi mirtilli di una stagione ricca di frutti.
Passo in rassegna le creste a occidente, col binocolo, vista la distanza. A un tratto, poco sotto la punta piramidale della montagna scorgo una sagoma in volo: è molto grande, trattengo il fiato, poi mi rilasso: son felice di vedere l’aquila reale, certo, ma sto aspettando lui, il gipeto bianco.
Alla prima se ne affianca una seconda: sono una coppia di aquile, in questo vallone selvaggio e roccioso non gli mancano di certo le cenge giuste per fare un nido. Chissà se l’aquila che ho visto salendo dal mio vallone era un giovane proprio di questa coppia…
Rivolgo ora lo sguardo tutto intorno, stanno aumentando le nubi e il sole è sempre più pallido; mi vesto con altri strati e metto guanti e berretto, non c’è un posto riparato qui e se scendo di quota perdo gran parte della visuale. Cerco di resistere ancora un po’. Intanto da nord il Roux si copre di nebbie, un cappuccio che muta forma e si risolleva a tratti, sospinto dal vento; l’umidità condensata inghiotte i pendii alti, dove avevo visto un altro gruppetto di camosci, col mantello invernale molto più scuro di quello estivo.
Mi sa che non potrò rimanere ancora a lungo.
Mentre guardo proprio verso nord a un tratto sbuca dalle nebbie vaporose un angelo in volo, no, è un uccello candido, come la neve…il cuore mi batte forte, mi alzo in piedi col binocolo appiccicato agli occhi e una grande gioia mi riempie dentro: è lui, è venuto a salutarmi! Si mostra in tutto il suo splendore: in un volo planato di grande armonia effettua alcuni giri sopra di me, come sentendo il mio canto per lui. E’ un attimo; trova una via, una corrente di aria veloce e la infila, come un sentiero conosciuto e sicuro: si mette in rotta verso occidente, chiude un poco le immense ali e fila veloce, scomparendo presto alla vista. Rimango in contemplazione, a lungo, del punto della cresta dietro la quale è sparito. “Chissà dove sarà già ora”, mi domando. E ringrazio di cuore la mano divina che ha spinto quella creatura di sogno a cavalcare sul vento la mia valle, proprio quel giorno in cui io ero lì, ad aspettarlo. Un dono immenso. Un grazie dal profondo.
Quando ho aspettato a sufficienza e ormai ho capito che non tornerà più indietro rimetto le mie cose nello zaino, il mio thermos ormai prosciugato, il resto della cioccolata.
Sono riuscita a scattare alcune foto, si capisce che è un gipeto bianco, ma era molto alto sopra di me e quindi non sono di buona qualità, serviranno solo come documentazione; il ricordo di questo momento invece sarà indelebile per sempre nel mio cuore.
Come augurio di Pasqua vi regalo questo racconto, perché anche voi possiate innamorarvi di Neve.
Neve non è più stato visto negli ultimi mesi, ma io spero che voli sempre alto, nel cielo. Lo spero con tutto il mio cuore.
Un gipeto è una creatura di pace, pensate che nemmeno uccide per mangiare; simboleggia l’armonia tra i popoli, oltrepassa i confini delle nazioni percorrendo le creste delle Alpi come i passi dell’Himalaya, e sempre si sente a casa e mai straniero.
Quanto abbiamo da imparare dalla natura! E lei è sempre lì che insegna, ma noi siamo spesso ciechi e sordi di fronte alla sua bellezza, alle sue creature; lei ci circonda delle sue meraviglie, e lo fa instancabile, a ogni sorgere del sole, ma quanti di noi sanno coglierle veramente?
Quanti se ne prendono cura e la rispettano? Eppure la Natura, la Terra, è la nostra Madre.
Non abbiamo che da fare altro che questo: amarla.
Un abbraccio di una Pasqua di gioiosa rinascita, Vita nuova.
Col cuore.
NamastèFede -
13/04/2010 alle 14:28 #847320gypaet wrote:
…..Quanto abbiamo da imparare dalla natura! E lei è sempre lì che insegna, ma noi siamo spesso ciechi e sordi di fronte alla sua bellezza, alle sue creature; lei ci circonda delle sue meraviglie, e lo fa instancabile, a ogni sorgere del sole, ma quanti di noi sanno coglierle veramente?Quanti se ne prendono cura e la rispettano? Eppure la Natura, la Terra, è la nostra Madre.
Non abbiamo che da fare altro che questo: amarla……
Fedegrazie, gyp!!


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23/06/2010 alle 05:57 #848799
è più assurdo pensare che tutto ha termine con una scivolata giù da un ripido pendio oppure essere certi che qualcosa rimane
è più triste pensare al nulla, ad una solitudine abissale
oppure sapere che un filo ti lega ancora a tutti quelli che hanno condiviso un pezzo di cammino qui
su questa terra piena di contraddizioni e di manchevolezze ma pur così affascinante
assurdità per assurdità preferisco immaginare ciò che provo mentre sono su di una cima e guardo lontano
e non posso dimenticarmi di jean
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24/06/2010 alle 08:27 #848811
Eppure era sempre stata una buona bestia, una bella manza dal manto nero e lucido come una scarpa di vernice. Sarebbe diventata una magnifica vacca da latte, dalle gambe forti e il petto generoso. Nacque nell’ora in cui il cielo oltre la porta aperta della stalla infiammava i pascoli alti nel tramonto estivo. La madre l’aveva leccata e avvicinata a sè. Con gli occhi ancora chiusi lei aveva sentito il profumo dei suoi capezzoli e vi si era attaccata, la vita le entrò dentro con il dolce caldo latte di montagna. Il latte odoroso e spesso dei pascoli in fiore.
La sua prima estate l’aveva trascorsa sul crinale d’erba alta, ondeggiante al vento di ponente, tra il saltare di mille cavallette e lo svolazzare delle farfalle sui sanguigni fiori di trifoglio.
Le piaceva l’erba che cresceva tra le rocce là dove il ripido il prato pareva precipitare nella pianura e non terminare più nella sua corsa verso il cielo. Oltre quell’erba le rocce toccavano le nuvole, ma lei non c’era mai stata e non le importava, era felice di potersi coricare tranquilla al sole a ruminare il suo pasto guardando lontano. E la sera c’era la mamma, con il suo latte caldo, amava quel latte e le piaceva attaccarsi al capezzolo . E così continuò a farlo, ma l’uomo che l’accudiva e l’aveva aiutata a nascere non era buono con lei come i primi giorni, non più; quando lei cercava la mamma l’uomo le si avvicinava e la cacciava in malo modo e la prendeva a calci. Questo non le piaceva. Ma perché non poteva succhiare il latte della mamma?
Scesero dalla montagna con l’arrivo delle prime nebbie gelate, scesero nel fragore dei campanacci, tra le grida delle persone che le conducevano e l’abbaiare dei cani. Fu una lunga strada e lei la sera era stanca e si sentì triste, chiusa nella stalla buia, legata con una corda, senza la mamma. Avrebbe voluto un po’ del suo latte. Le portarono erba secca, non la mangiò, né quel giorno né il successivo. L’uomo cattivo la fece uscire dalla stalla in una fredda mattina, uscì sul prato, l’erba era magra, non era più la bella erba verde e grassa dell’alpeggio. Non ne mangiò, si coricò al sole e puntò il muso al cielo, verso il lontano crinale nel vento.
L’uomo era sempre più cattivo, la strattonava con la corda e la picchiava sulla schiena con un bastone, lei non capiva il perché , ma andava bene anche così perché le bastonate non le facevano male. Però le mancava tanto il latte di sua mamma. Il giorno dopo fu lasciata libera nel prato insieme alle altre mucche, lei si avvicinò ad una dalle grosse mammelle, le mise la testa sotto e cominciò a succhiare, la mucca la lasciò fare, questa volta l’uomo le fece male, la picchiò forte, e lei la sera non mangiò la sua erba secca, e non mangiò il giorno appresso e nemmeno quello dopo. Allora l’uomo le diede da bere un secchio di roba bianca che sembrava latte ma non era né caldo né buono e lei non lo bevve. Non si teneva più in piedi, era ormai magra e il suo pelo ispido e ruvido , quando le misero accanto nella stalla una bella mucca pezzata e lasciarono che si attaccasse ai suoi capezzoli. Con il latte tornarono le forze e il pelo ridivenne lucido. Adesso poteva bere il latte, beveva il latte e mangiava l’erba secca. La lasciarono fare per tutto l’inverno e la primavera, all’inizio d’estate tornarono alle baite sul crinale del vento. Lei tornò alla sua bella erba profumata nel prato che amava, quello che prendeva l’ultimo sole.
Era contenta, ma l’uomo, e lei proprio non riusciva a capirlo, adesso non voleva più farla attaccare alle mammelle delle altre mucche, lei ci provava e prendeva calci e bastonate. Un giorno l’uomo s’infuriò, lei era riuscita a bere tanto buon latte da un secchio lasciato fuori dalla stalla, tanto buon latte caldo. L’uomo la picchiò sulla testa con il bastone, la picchiò in mezzo alle corna, la picchiò tanto, una bastonata le crepò un occhio. Allora l’uomo parve dispiaciuto e l’accarezzò, ma lei non ci vedeva più e aveva tanto male, male come non aveva mai sentito. L’uomo le mise sull’occhio uno straccio bagnato di grasso di latte, ma lei l’occhio non lo aprì più e non volle più mangiare l’erba e non riusciva ad attaccarsi alle mammelle delle altre mucche perché l’occhio sembrava che le scoppiasse e le colava un liquido puzzolente sul muso.
Per alcuni giorni l’uomo le diede da bere il latte dentro ad un secchio. Una mattina la legò con una corda e la portò a valle. L’aspettavano altri uomini, s’incontrarono, parlarono un po’ e poi l’uomo che l’aveva picchiata se ne andò.
Cercarono di farla salire sopra un rimorchio, come quello che le aveva portate dalla stalla all’inizio del sentiero per l’alpeggio. Lei non volle salire,non le andava, allora fu picchiata e le infilarono nelle cosce le punte di quell’attrezzo che usavano per portarle l’erba secca nella stalla. Lei si sentì male e si lasciò andare in terra.
Allora la spinsero nel rimorchio con una pala a motore, e ne ebbe una zampa spezzata ma nessuno se ne accorse, e lei sentiva tanto dolore, e si chiedeva perché fossero così cattivi , non aveva mai fatto nulla di male. Arrivarono in un posto dove c’erano molti rimorchi e altre mucche là fuori che si lamentavano. Cercarono di farla alzare perché scendesse dal rimorchio, lei non riuscì a mettersi in piedi e non gliene importava più nulla e non si sarebbe alzata nemmeno se avesse potuto. Allora le legarono le zampe di dietro con una corda, e quando la tirarono fuori rimorchio con il trattore, la zampa spezzata la fece piangere dal male, tanto che le sembrò di morire; il male alla zampa le percorse tutto il corpo e il suo povero cuore le mancò. Quando riaprì il suo solo occhio rimasto vide tra il velo di lacrime e la polvere che le stavano appoggiando qualcosa tra le corna. Le sembrò di sentire ancora l’odore del latte della mamma. Emise un lungo soffio disperato. Poi non vide e sentì più nulla.
Eppure era sempre stata una buona bestia.
-
07/09/2010 alle 21:08 #849538
VETTE Accecati nell’animo
camminiamo verso la vetta
vi sia il sole
vi sia la nebbia
vi sia la neve.
Ogni goccia di sudore,
ogni sforzo o pericolo
ridotti nella mente nostra
per la conquista, per l’ascesa.
Ce ne innamoriamo scorgendola da valle o guardandola nelle foto e,
proprio come una bella ragazza, ci cresce in testa il desiderio ossessivo della conquista!
La stessa vita rischiamo
per vincere la sfida tra noi stessi e la montagna senza rendercene conto,
sicuri di essere invincibili ed eterni, passo dopo passo saliamo,
sasso dopo sasso scaliamo aiutati da una sorta di mano invisibile e dalla buona sorte.
E,
una volta in cima,
ci erigiamo un po’ sopra l’umanità,
sicuri di avere provato almeno una volta a capire un pò di più dell’Universo, di Dio, della Terra, della natura.
Sicuri di non essere rimasti ignari spettatori di un immenso spettacolo che giorno dopo giorno si ripete diverso.
Torniamo a valle migliori
sapendo di aver vinto la sfida con noi stessi
consci che l’anima per il momento ha trovato pace, è quieta.
Perlomeno,
sino alla prossima sfida,
sino alla prossima vetta che ci colpirà il cuore.
-
14/09/2010 alle 16:03 #849672
ognitanto mi sorprendo a pensare (pensieri alla rinfusa 
come al solito)
al futuro, al dopo
quale appiglio, se non avrò più mani
quali carezze se non avrò più mani
quale sudore se non avrò più peso, non ci sarà più fatica?
quale sentiero se non ci saranno più passi
quale cima da raggiungere se lo spazio dipende dal tempo e il tempo non c’è più
non più occhi per guardare lontano
che meraviglia l’acqua fresca di una sorgente quando ho sete…. non avrò più sete?
come si farà ad abbracciarsi, a sentire il cuore che batte
vorrei avessimo ancora il cuore
e poi
come farò senza ridere, non posso esistere senza ridere
ecco vorrei ancora poter ridere
come, non lo so, però lo vorrei, è bello ridere
questa è una richiesta esplicita
fatta on line
a chi, non lo so
ma vorrei ancora poter ridere
io sono convinta che se un qualcuno ci ha messi qui, di sicuro comprende le nostre richieste
e chissà, magari qualcosa ci scappa

-
18/09/2010 alle 19:49 #849720annagarelli wrote:
ognitanto mi sorprendo a pensare (pensieri alla rinfusa

come al solito)
al futuro, al dopo
quale appiglio, se non avrò più mani
quali carezze se non avrò più mani
quale sudore se non avrò più peso, non ci sarà più fatica?
quale sentiero se non ci saranno più passi
quale cima da raggiungere se lo spazio dipende dal tempo e il tempo non c’è più
non più occhi per guardare lontano
che meraviglia l’acqua fresca di una sorgente quando ho sete…. non avrò più sete?
come si farà ad abbracciarsi, a sentire il cuore che batte
vorrei avessimo ancora il cuore
e poi
come farò senza ridere, non posso esistere senza ridere
ecco vorrei ancora poter ridere
come, non lo so, però lo vorrei, è bello ridere
questa è una richiesta esplicita
fatta on line
a chi, non lo so
ma vorrei ancora poter ridere
io sono convinta che se un qualcuno ci ha messi qui, di sicuro comprende le nostre richieste
e chissà, magari qualcosa ci scappa

beh! Anna… che dire? Solo che è molto bella…
un saluto
-
26/09/2010 alle 18:39 #849759
non sempre posso essere fisicamente nel luogo e nelle condizioni desiderati e allora faccio un volo, con l’ anima
basta poco
mi serve solo uno pezzetto di tempo
è una cosa che ho imparato
stacco con tutto e nel giro di un attimo
sono nuvola, sono pioggia, sono ruscello, sono pietra di un torrente
sono davanti alla casetta nel bosco e sto un po’ lì seduta, ma poco, non mi piace stare troppo in un posto
e allora corro via e in un soffio sono sulla cima di chersogno, laggiù la valle
a dire il vero, anche essere un po’ al mare…
seduta sulla spiaggia, col sole che mi scalda tutta, anche il cuore
massì non da sola, al mare voglio avere qualcuno al mio fianco
e adesso faccio ancora un giro a rivivere quel giorno di maggio, in tutti i particolari
e poi bon
sono bastati pochi minuti, anche se intorno a me non è cambiato nulla, mi sembra di avere più ossigeno a disposizione

-
28/09/2010 alle 03:33 #849787
due parole per spiegare meglio quanto detto sopra certo è meglio vivere fisicamente le esperienze, rispetto al sognarle
poi si possono solo sognare le cose che, almeno in parte, sono state precedentemente vissute
però il nostro intelletto è in grado di elaborare, ristrutturare, ricordare, rivivere, nel bene e nel male
anche leggere un libro è una avventura della testa…
in molte situazioni difficili è di grande conforto avere una profonda vita interiore
certo bisogna essere un po’ allenati
con l’abitudine alla televisione è un po’ più difficile liberarsi dalla superficialità e dall’ apparenza
io sono circa quattro anni che non seguo la tv: non mi manca, anzi, sto bene

detto ciò, trovo utile quando non posso scappare fisicamente, almeno scappare con il pensiero

-
18/10/2010 alle 10:21 #850145
Si stagliano all’orizzonte nubi basse e minacciose pizzicano le dita sollecitate dall’inatteso gelo ed
il freddo vento si mescola ai vapori caldi dei marroni
All’improvviso una schiarita ed una piccola porzione di
cielo blu-cobalto a contornare il consueto angolo di Alpi
Ma il Re è bianco ed anche i cortigiani stanno allo stesso
modo immacolati ad annunciare agli erranti scalatori che è
giunta l’ora di migrar verso lidi piu’ calorosi ed accoglienti
-
27/11/2010 alle 22:07 #851206
vai tuLe sei
la sveglia solleva le palpebre
su occhi gia’ umidi di lacrime
o forse ancora bagnati
da una notte agitata
le sei
la pigrizia della frustrazione
rimbocca le coperte
gira le spalle alla sveglia
ripara l’io cosciente
dalla consapevolezza
dell’impotenza
facile
sarebbe rimanere a crogiolarsi;
tepore e abbracci difendono
da un futuro piu’ lontano dell’oggi
che non voglio affrontare,
o forse, che mi piacerebbe cambiare
controvoglia
meccanismi ormai consolidati
si mettono in moto
una breve lista di oggetti
scorre nella mente
accelerando man mano
che l’inconscio si rifugia
nel retro dei pensieri di veglia
luci
incrociate per strada
si stupiscono del movimento di un auto
che raccoglie un amico in attesa
fuori da un cancello nel mezzo del buio
che precede una fredda aurora di novembre
percorsi
si srotolano intorno ad un abitacolo
che pian piano si scalda
che fa da contorno ad un piccolo sfogo
di piccole difficolta’ della vita
eppure cosi’ grandi
viste nel crepuscolo dell’asfalto
mondi
si stropicciano gli occhi
e stiracchiano le membra
mentre una stilettata di luce
fora la coltre d’ombra
sull’orizzonte di colline
il giorno
non cambia il mio umore
non nega la mia rabbia
non illumina di rosa
l’ennesima vigliaccata
di chi ammortizza le proprie colpe
su scuse patetiche e sottane aziendali
il gelo
per fortuna appesantisce i pensieri,
cosi’ non si sparpagliano in giro,
come fumo di una sigaretta
che viene confinato dalla condensa del fiato,
e restituisce alla ragione il controllo delle ire
silenzi
nel tragitto di due cuori verso una falesia
innescano complicita’ e comprensioni;
l’amicizia si impone e conosce i trucchi
per interrompere l’ossessione
che guida da ore il mio sentire
il freddo
e’ una scusa, per entrambi;
per me, per assaporare la mia adulazione
verso l’inverno che si annuncia;
per lui, per fingere un disagio
che lo spinge a offrimi corde e rinvii,
con un silenzioso sottinteso….”vai tu”
“vai tu”
significa non aver tempo per altro,
non per i sensi di colpa
non per le incazzature
ne’ per le decisioni impulsive
di cui mi pentirei
“vai tu”
significa che non aver spazio
per rancori e dolori
tranne quelli esteriori,
di dita insensibili graffiate dal calcare
di piedi piegati da strette fessure
di muscoli stiracchiati tra un equilibrio e l’altro
“vai tu”
e’ un sipario tra cio’ che posso solo subire
e la parte di mondo con cui posso interagire;
e’ una finestra che si apre sulla voglia di passare
di superare la difficolta’, col rischio di farsi male
ma con la certezza di dipendere, una volta tanto,
solo da se stessi e dal proprio compagno
-
28/11/2010 alle 16:56 #851214
Vai tuVai tu, i miei pensieri mi rendono greve
vai tu, il mio cuore grande a volte è neve
vai tu, proteggimi da me stesso
vai tu, io non potrei in quest’oggi che sa di domani
vai tu, sono nudo nel freddo
vai tu, sono fragile di foglie e vento
vai tu, ho paura, la paura degli anni che scivolano via
vai tu, io non so giocare
vai tu, perchè a volte è meglio
vai tu, perchè oggi è peggio
vai tu, ho le mani sporche e fango nell’anima
vai tu, salvati dall’egoismo
vai tu, lasciati libera di andare
vai tu, perchè troppo spesso non so tornare
vai tu, tra un passo di tempo sospeso
vai tu, perchè non credo
vai tu e lasciami cadere in questo niente che non so raccontare
-
19/01/2011 alle 17:14 #851904
un giorno lontano nel tempo un giovane ormai alla soglia di diventare grande
decise di partire alla ricerca di chissacosa
si inoltò per le strade della ragione
ci mise tutto sè stesso
poi, d’ un tratto, ecco, dopo tanto cammino
si trovò di fronte alla montagna di luce, bianca, intonsa, luminosa
lui solo
in un attimo desiderò solo la sua cima
e allora il padrone della montagna di luce parlò al suo cuore
disse posa tutto se vuoi salire
in cima si arriva solo con l’anima, posa tutto, posa la logica
in un angolo ad aspettare
devi sentire
il sentimento vale più della ragione
la ragione si ferma, poi continui col respiro
coi passi che sfiorano la neve
lui salì leggero
gli sembrò tutto limpido, senza confini con l’universo
era tutto così facile
non c’erano parole per dire che sì, finalmente aveva potuto toccare ciò che tanto aveva cercato
scivolando nel ritorno voleva portarsi appresso tutto quello stupore, tutta quella pace, quel senso delle cose così magico
ma quando riprese il sacco abbandonato prima lì, in un angolo, con le sue risposte a metà, le sue congetture logiche, le sue piccolezze
tutto ritornò come prima, nella prigione delle cose normali
non ebbe il tempo di rattristarsi che sentì il padrone della montagna di luce: con la ragione non ci è dato di capire…
ma qui puoi venire quando vuoi
ricorda che per raggiungere la cima devi lasciare tutto ciò che ti impedisce
e poi ti basterà salire
la ragion d’essere, per un pezzetto di tempo, sarà tua
-
16/03/2011 alle 15:09 #852595
son tornatooooo!!!!!!!!! Fatto tutto, anche tappato il vino e scolato il primo pintone. Ottimo, non credo avrà il tempo di guastarsi!
Adesso vi racconto una storiella.
Non tanti anni fa, in una bella “festasa” a pian del re, un sacco di invitati, anche politici di prim’ordine (qualche volta si ricordano della montagna anche loro). Qualcuno che non c’era mai stato rimase estasiato dalla bellezza del posto. il viso sempre visto solo in cartolina era lì, sembrava di toccarlo solo ad allungare un po’ il braccio, tutt’intorno pascoli, rocce, terreni incolti. Possibile che mai a nessuno sia mai passato per la testa di costruire? Magari non una stazione sciistica se no poi porto via i clienti agli amici del sestrier, però che ne so, ci fosse una bella cabinovia che porti in punta, con su in cima un bell’albergo….. di 5 stelle, almeno, da attirare una clientela esclusiva…..
Qui sotto mega parcheggi, alberghi, sale da gioco, almeno un centro commerciale, opps! “parco commerciale”, è più consono all’ambiente!…………
In questi giorni di festassa e comizi ebbero modo di parlare un po’ tutti, anche il nostro eroe ebbe modo di dire la sua e fu così che lanciò l’idea. La folla non smetteva più di esultare di fronte ad una simile illuminazione.
Anche gli amici politici vollero essere della partita: -SCENDIAMO IN CAMPO!.
Dopo una prima analisi però bisognava risolvere alcune questioni:
-I terreni erano tuti demaniali, ma, considerati gli interessi in gioco, si potevano avere a prezzi stracciati o anche meno,
-bisogna comprare anche la punta perchè poi dobbiamo costruire, ma nella nostra magnanimità lasceremo libero accesso agli alpinisti che non possono permettersi la cabinovia. così non rompono.
-costruire tutto costa troppo, bisogna reperire dei finanziamenti. le olimpiadi ormai sono passate, però,………….. potremmo farci un G 8………. o un G 20, che ne so, così si evitano anche tante beghe burocratiche.
-Infine bisogna convincere i valligiani, gli amministratori locali…………Ma si sa, quello che non si fa per 10 lo si fa per 100,………… o per 1000, E POI NOI PORTIAMO LAVORO!, PORTIAMO IL BENESSERE!!!!!!!!!!!
I terreni furono concessi gratis e la comunità montana ci mise ancora dei bei soldi purchè la cosa si facesse.
Si fece anche il G 8 o G 20 che fosse.
Una cosa da far impallidire tutti. Anche Obama da in punta a viso ammirava estasiato questa meraviglia dell’ingegno italico, ed il panorama attorno. Da loro questo sarebbe impossibile, anche loro ha nno dei bei posti: iosemiti, per esempio, ma lì gli alpinisti rompono troppo le scatole ed i mass media non sono così validi ad informare dei benefici che ne deriverebbero…………….
Passano gli anni, pian del re è diventato un polo turistico di prim’ordine, anche la cabinovia funziona a pieno ritmo e l’albergo in punta fa affari d’oro.
Però, ogni tanto, succede che qualche alpinista si lamenta, sopratutto i vecchi: non è giusto tutto questo!
-Ma come? Abbiamo costruito la stazione d’arrivo ed albergo sulla punta a nord per lasciare libero accesso sulla punta tradizionale, gli abbiamo pure lasciato la croce, tuto com’era prima nel massimo rispetto dell’ambiente! In più passiamo tutti i santi giorni a pulire tutto per lasciargli un ambiente incontaminato. SULLA NOSTRA PROPRIETA’!
Fu così che i legittimi proprietari recintarono il tutto, spianarono la punta tredizionale e ci fecero una bella piazzola per l’elicottero, poi presero la croce e la portarono un pochino più sotto. Per gentile concessione. Per chi voleva salire a piedi la loro punta sarebbe stata quella, e se no potevano benissimo andare da un’altra parte che di montagne ce n’è tutto attorno.
La gente s’infuriò, fece cause, ma nemmeno i giudici di sinistra nulla poterono. la proprietà privata è un diritto inalienabile!
Gli alpinisti si rassegnarono, pochi nostalgici ancora si accanivano su questa montagna. Gli ultimi metri poi erano penosi da salire, facendo bene attenzione a mettere le mani perchè non era improbabile che finissero su chiazze di vomito sparate giù dal terrazzo dai turisti poco avvezzi a queste quote.
Successero anche degli incidenti, ci furono delle vittime,……… delle cause,………. grane a non finire!
Un alpinista era caduto dalla nord dopo essere stato colpito da una macchina foto sfuggita ad un incauto turista, ERA SLEGATO, E NON AVEVA IL CASCO!!!!!!!!!!!!!!, O NON ERA UN CASCO OMOLOGATO?,…………….. un altro sulla normale che è caduto scivolando su una buccia di banana, dicono buttata dagli avventori di sopra!
Diventò un caso nazionale. Il governo si riunì d’urgenza a casa del premier:
-ANDIAMO AVANTI!!!!!!!!!!!!!, Bisaogna chiudere la montagna a questi alpinisti indisciplinati!
-BRAVO CAPO!!!!!!!!!!!!!!!!! BISOGNA DARGLI L’ARRESTO PREVENTIVO!!!!!!!!!!!!!! ribattè un’altro.
Grazie al cielo non passò la linea dura, si limitarono ad istituire delle ronde di polizia, carabinieri e volontari tutt’attorno alla montagna ponendo fine a tutti i problemi.
Ancora pochi irriducibili si avventurano in mezzo a queste rocce, non per il piacere di godersi la punta (fasulla), ma per farla in barba ai tutori dell’ordine!
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03/04/2011 alle 15:52 #852776
SENSAZIONI Capitiamo sfuggenti
in un tempo eterno
eppure ogni piccola esistenza
sfiora ed assomiglia
a nostra eternità
Noi razza umana
sembriamo
invincibili a fronte di ogni situazione
eppure il nostro animo è sensibile come pura seta.
Alle volte poco basta e ti procuri ferite
che sanguinano per tempo lungo
e difficile ti appare trovare antidoti che ad altri sembrano facili.
Ogni nostro più piccolo problema agli occhi del resto del’umanità
è insignificante come una brezza impercettibile che in un millisecondo
attraversa oceani e montagne, città e colline.
Eppure
in ogni animo nostro quella brezza
è tempesta, è valanga e ciclone assieme,
ci tiene in apprensione e fa sembrare un sentiero un’insormontabile salita.
Ma
ogni sentiero,
ogni salita
approdano per quanto impossibili
ad una diversa prospettiva
in cima vi è la veduta,
in cima vi è sempre il punto più alto di osservazione.
E,
anche se ci si arriva con affano e gambe sfinite
si avrà un tempo necessario a vedere un nuovo panorama,
un nuovo orizzonte più ampio
e ogni tempesta o valanga che sia
si vedrà piccola ed insignificante
perchè superata.
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18/04/2011 alle 17:29 #852868
mi piacerbbe….. gran parte della mia vita è condita dal desiderio, dall’aspettare qualcosa
aspettare vuol dire credere che possa succedere
vorrei che….e in un baleno il sogno prende forma, si colora
può essere raggiungere una meta, portare a termine una qualsiasi impresa o che accada un miracolo, un qualcosa di meraviglioso e inaspettato
d’altra parte cosa sarebbe la vita se fosse tutto chiaro, tutto predestinato, tutto definito
nessuna carta da giocare, nessun regalo da scoprire, una pietanza senza sale
purtroppo, in certi casi la vita va giù pesante
il più delle volte il nostro destino ci scappa dalle dita e ciò per cui abbiamo tanto trepidato si avvera solo in parte, oppure proprio per nulla
ma, se ci rimane la voglia di immaginare, almeno uno spiraglio, anche la prova più pesante può renderci contenti di essere in gioco
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26/05/2011 alle 17:09 #853437
arrivo dal bosco 
da un bel po’ non ci andavo, mi mancava
🙄 comunque mi sono ritrovata subito
niente orologio
il tempo è quello dei battiti, dei respiri, dell’alternarsi delle stagioni, della luce e delle tenebre che si rincorrono
appena il sole scende, escono i prìncipi della notte
si dileguano ai primi raggi del sole per lasciare lo scettro ai figli della luce
la storia è sempre questa, giorno dopo giorno
nessuno si allunga la vita, non ci sono lacrime, la morte è per lasciare posto al nuovo
e la lotta dura, fino all’ultimo, è il grazie per aver ricevuto in dono la vita
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04/07/2011 alle 15:33 #853795
Oggi vi racconto la storia di san bernardo Io l’ho sentita così, così ve la riporto
Il san bernardo è il monte che fa la guardia qui, proprio sopra dronero, che è il paese dove abito
Ha preso il nome da questo personaggio, che sto per raccontarvi, appunto
Inizialmente era bernardo, solo bernardo senza il san
Un uomo tranquillo, niente di particolare, solo un amore viscerale per i luoghi non manipolati, e cioè per montagne, boschi, valli dimenticate o mai interpretate dall’economia umana
Fortuna, nei dintorni aveva molte possibilità, per cui passava gran tempo a scorrazzare a dritta e a manca, su e giù per la sua valle
Non sapeva perché ma si sentiva bene solo lì: forse era per tutte le incongruenze e tutti gli inciampi che si devono affrontare nella vita sociale e che lì in montagna non ci sono
In più gli piacevano le cose vere, i prati veri, le fontane vere, le fragole che sapevano di fragola, le ciliegie di ciliegia e non di rapa
Comunque veniamo al san
Bernardo cominciò a passare sempre più tempo nei suoi posti preferiti fino a che decise di starci proprio sempre, anche a viverci
Quindi ripristinò e rimise in funzione una piccola casetta, con annessa fresca fontanella
Tutte le mattine benediceva se stesso e gli esseri viventi a gran voce, con una preghiera che faceva grosso modo così:
“O dio di tutti noi sulla terra: animali, piante e tutto il resto
se siamo qui un motivo c’è
non ti chiedo di toglierci le fatiche e la durezza degli eventi, ma facci capaci di superare le difficoltà”
Alla sera di nuovo benediceva se stesso e il mondo tutto, prima di andare a letto
in pace con l’universo intero il riposo arrivava
La stessa preghiera avveniva prima di mangiare, prima di dissodare il fazzoletto di terra che gli produceva il cibo quotidiano
Tra gli abitanti vicini e lontani venne in uso passare di lì per una benedizione
non per farsi togliere la durezza degli eventi, ma per diventare capaci di superare…
E bernardo ben volentieri, con le sue mani callose, coi suoi occhi profondi che raccontavano il contatto con il supremo, benediceva ed infondeva serenità e forza
Poi un giorno sparì, nel bosco, sulle pendici del suo monte, come fanno caprioli, passerotti, volpi
Nessuno lo vide più, ma nell’aria, mentre si sale sul monte c’è la sua santità
nel duomo maestoso fatto di alti faggi e castagni secolari si può ancora pregare, per diventare capaci di superare…
la sua casa c’è ancora, è una delle tante, silenziose, che incontri salendo, non importa quale
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31/08/2011 alle 03:49 #854480
oggi bellissimo giro in zona ciamoussè e frisson con bagno fortificante (per la verità molto breve brrrrr) da palanfrè
camminando mi vengono alla mente tanti pensieri
e quindi ecco a voi un’altra bella storiella

Tanto tempo fa, in un paese non molto lontano, s’aveva il vizio di interrogare l’oracolo prima di una qualsiasi attività
prima di intraprendere un viaggio, di stabilire il da farsi o di una decisione importante
E l’oracolo cercava di dare una risposta a tutti, con molta pazienza e soprattutto con molta saggezza
Purtroppo, tra i suoi seguaci, c’era chi ritornava da lui insoddisfatto ed arrabbiato, convinto di essere stato mal consigliato: a questi l’oracolo doveva nuovamente offrire una parola di conforto
A uno che si lagnava di non aver fatto la scelta giusta l’oracolo rispose così
Caro mio
In una pianta forse è migliore un ramo che, crescendo, va verso destra rispetto ad uno che cresce nel verso opposto?
E’ meglio quello che porterà frutti, o quello che non li porterà?
L’acqua di un fiume è forse meglio se scende da una parte o dall’altra?
scorre e bon
Certo, se osservi bene, puoi prevedere dove andrà
E dopo che sarà passata da questa o da quella valle, non importa dove, farà la fortuna o la sfortuna di chi la incontrerà
Alcuni la chiameranno benedetta, mentre altri la malediranno
ma questo, di certo, non dipende da lei
Non è importante dove passerai, cosa farai
aver vissuto, questo sì, fa la differenza
Cerca pure aiuto, consiglio prima delle scelte
poi, da solo, osserva, rifletti e, quando hai deciso, stai tranquillo: la vita va da sè
In più ti dico che i sogni sono premonitori solo per chi li sa interpretare, per chi sa cogliere gli accenni
Come il grano germina solo dove il terreno è fertile, così anche i sogni premonitori fanno scaturire la scelta giusta unicamente se c’è meditazione e se si è disposti nel modo giusto nei confronti della vita che ci è stata donata
Nulla è scontato, nulla è obbligatoriamente regalato
Saper cogliere aiuta
Chi è attento sa quando l’ora è propizia
Le mie parole non sono né giuste né sbagliate: sono parole
tocca a te saperle interpretare, nel modo corretto, per te stesso
tocca a te saper vedere in esse i segnali
prendono vita nei tuoi occhi e nella tua anima: senza di te, non avrebbero alcun significato
Abituati anche a leggere le parole della natura e a interpretare gli eventi
tutto ciò che è vita può essere interpretato
Ascolta la voce di chi parla al tuo cuore, di tutti quelli che ami
e di chi hai tanto amato: questi ascoltali nel fuoco, nell’acqua, nel cielo e nella terra
sarai tu il mezzo per farli rivivere
sono parole sottili che puoi sentire solo nel silenzio più puro
tendi l’anima e in mezzo a questo universo, di cui non conosci i confini, ma nel quale hai un posto insostituibile, non ci sarà mai più la strada sbagliata
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31/08/2011 alle 05:45 #854481
….bello! … 
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31/08/2011 alle 09:59 #854486
Un angolo di forum che non avevo mai notato. Da parte mia non sarà di certo la prima e ultima visita.
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08/09/2011 alle 07:39 #854668
“L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori del profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.” (cit. Walter Bonatti)
Incredibilmente semplice e limpido. Un desiderio che risiede in me, come la voglia che ha un bambino di ficcare le dita nel barattolo di marmellata…

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05/10/2011 alle 04:57 #855041
ultimamente devo recarmi spesso in città certo che è tutta un’altra vita
gente che cammina con delle scarpettine eleganti, borsette, abbigliamento scic
dovessero mai trovarsi per un sentiero di quelli che percorro abitualmente io… non oso pensare
😆 eppure è una bolla di mondo che va avanti da sè e di cui moltissimi non potrebbero fare a meno
oltretutto al di fuori rischierebbero grosso
la natura sta nei viali e nei parco giochi, nei posters sulle pareti dell’ufficio
ben circoscritta
arrivati a casa, le scarpe sono pulite e, se c’è qualche macchia, subito bisogna cancellarla, disinfettare, rimuovere
è tutto bello pulito, che più bianco non si può
che dire poi di tutti i negozi, con le loro vetrine ricche di ogni bendiddio?
ammetto che questo mondo ha il suo fascino, di esserne attratta, di entrare nella “mentalità” in poco tempo
🙄 poi però, quando ritorno nei miei boschi, su per le mie montagne, fuori dalla bolla tecnologica, mi sento più a mio agio

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06/10/2011 alle 20:46 #855052
Anche nella mia frazione sentivo qualcuno che invidiava i cittadini e approfittava del parrucchiere in corso nizza a cuneo per frequentare un po’ la ‘bella gente’, vestiva all’ultimo grido e magari apparivano ridicoli a noi villici, andavano all’autolavaggio al sabato pomeriggio che tanto costava poco quando avevano un cortile tutto loro……………? io me ne sto in quasi aperta campagna e vorrei esserlo ancora di più, mi affascina il contatto con gli animali fossero anche solo bovini o maialini………….
Ho PAURA a girare da solo a cuneo di notte e non ne provo a farmi le camminate in montagna.
Avevo tentato una volta di fare il viso da pontechianale: era ancora buio e mentre stavo salendo al berardo ho sentito del calpestio dietro di me, era una vacca al pascolo che mi stava seguendo, mi sono fermato ad accarezzarla, ci siamo fatti un po’ compagnia. bo! forse anche lei avrebbe voluto andarci una volta!
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08/11/2011 alle 05:43 #855488
con la pioggia uno sta più in casa 
è bello
ognitanto
poter ascoltare o leggere qualcosa che racconti dell’anima
condividere semplici pensieri
senza fretta
e intanto, il tempo si dilata
cosìcchè
si smettono per un attimo gli affanni
in armonia con la parte di mondo
che fluisce con il ritmo lento e puntuale delle stagioni, in continuo cambiamento
e ci si meraviglia
ogni volta di più
cogliendo la vera essenza della vita
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08/12/2011 alle 19:44 #856221
ecco un pensierino in previsione del natale, festività che richiederbbe di essere tutti più buoni 
coltivo un angolo di me che è al di sopra delle parti, senza economia, solo puro pensiero, oltre ciò che fa storia.
su per le cime, in mezzo ai boschi, sui sentieri, sulle piste dei caprioli e dei cinghiali.
non posso negare, però, che esiste ciò che deve essere vissuto nel fitto della società e, a volte, combattendo duramente e con fatica:
per proteggere la dignità del lavoro, per sostenere i diritti ingiustamente calpestati, per assicurare la libertà nella quale tutti dovremmo vivere.
sappiamo sfruttare le risorse per fare una vita comoda e piena di agi e quindi,
tutti potremmo avere assicurata una vita dignitosa, nel rispetto degli altri e della natura.
invece, sempre di più, mi amareggiano certe prepotenze, certe esagerazioni.
mi sembrerebbe talmente giusto distribuire in modo equo tutta la ricchezza e tutto il benessere che la nostra società tecnologica ha raggiunto
invece assisto a disparità abissali, incongruenze illogiche…. qualche anno fa non avrei immaginato.
mica dico che dovremmo essere proprio tutti uguali
per carità, dio ce ne scampi dall’omologazione.
d’altra parte anche in natura c’ è chi mangia un po’ di più e chi un po’ di meno.
ma tra le bestie, quando un leone è sazio, ne avanza per tutti, e le gazzelle rimaste possono stare tranquille che sono salve
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18/02/2012 alle 18:13 #857226
L’IMBRUNIRE INVERNO Inoltratomi ancora nel bosco,
ai margini della civiltà
il manto bianco mi appare nuovamente
mentre la città si scopre di asfalto
e il gelo lascia il posto nuovamente ad auto e smog
io mi rifugio
nel mio sogno ove la neve mi attende.
Accecato da un manto bianco
corro
Ai margini del sentiero
solo
bosco, rami, alberi, creature silvane
ovattate in un silenzio di imperturbabile pace.
E’ l’imbrunire, la neve che nella giornata si è sciolta si rapprende a se stessa
nuovamente in ghiaccio un pò più fragile.
In fondo luce m’irradia la retina
non capisco più se è il tramonto, l’alba
il paradiso o l’eterno
la Russia o l’Italia
mi perdo nello spazio e nel tempo frastornato da umile e semplice bellezza
eterna memoria s’imprime nella mia testa
ora, adesso è un momento di eternità
piccolo uomo in infinito spazio mi faccio coccolare
dal generale inverno che si ritira poco poco più su sulle cime vicine e bianche
mi aspetta ancora per sorprendermi in maniera commovente
a sottolineare come la natura possa irradiarti di pace
con un semplice tramonto.
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14/03/2012 alle 16:23 #857537
oggi cima dell’ autaret capita certe volte, quando si è in alto, in mezzo a tutto quel bianco: sembra che non ci sia bisogno d’ altro
salendo, nel silenzio e negli spazi aperti, può succedere di liberarsi
di non sentire più la prigionia di tutto quel che normalmente ci inciampa
ciò che pare irrinunciabile nella vita di tutti i giorni si scioglie, diventa ad un tratto superfluo
rimane solo l’essenziale
i pensieri si fermano e lasciano posto alle sensazioni immediate, che non hnno bisogno di spiegazioni
sono situazioni di privilegio
misurarle con il tempo non ha senso
perchè il fatto di averle vissute le pone al di sopra di tutto, nella zona misteriosa dell’infinito
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15/03/2012 alle 08:43 #857542
Anna, bellissimo mi ritrovo spesso in quelle emozioni
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31/08/2012 alle 19:35 #859024
sà, oggi ho esagerato, ma io qui sono senza tele e allora se piove cosa faccio? sguscio le nocciole, metto in composta la rosa canina, e poi… leggo e scrivo
speriamo si metta al bello così vado dinuovo un po’ in giro
e intanto prendetevi questo

quest’ estate rovistando sulle bancarelle dei libri usati (che sono la mia passione) ho trovato un libro incredibile
era impolverato, relegato in un angolo nascosto
il titolo fa così “dell’ origine e del motivo della catena alimentare – dell’ evoluzione; tomo primo ed anche ultimo”
è sicuramente un testo apocrifo, ossia un testo non incluso nell’ elenco dei libri scientificamente sacri e pertanto, non usato a livello dottrinale
gentilmente
vi riassumo i passaggi salienti
inizialmente il creatore di tutti gli universi mise su la sua opera in modo perfetto, ma fisso ed immutabile
anche sulla terra, gli esseri vivevano sempre uguali con la loro routine quotidiana, tipo paradiso terrestre diciamo, senza il dolore, senza la morte
però questa fissità era un po’ pallosa, sempre tutti uguali che noia
e poi se si presentava qualche difettuccio o qualche problema, il creatore doveva intervenire direttamente per eliminare, sostituire, modificare
questo era un compito assai difficile ed oneroso, per tanti motivi, per esempio per le rimostranze da parte dei creati che dovevano lasciarci le piume e che non volevano andarsene
in più, il creatore aveva tanti pensieri per la testa e tante altre cose da fare
allora: come organizzare l’ ambaradan in modo da migliorare l’ efficienza del sistema e soprattutto in modo che le cose si migliorassero da sole, senza dover intervenire personalmente?
rimugina, mumble, mumble,
🙄 ecco l’ idea💡 fine del paradiso terrestre: innanzitutto ci si riproduce (il libro spiega in modo più dettagliato, ma io non indugio perchè siamo tutti a conoscenza
)
seconda cosa, tutti contro tutti: uno mangia l’ altro, ovviamente senza esagerare e rischiare l’ estinzione
chi non ha le doti viene fatto fuori
terzo punto di forza: istituzione del dolore e del piacere come elementi di esagerata spinta interiore
di lì in poi ovviamente le cose sono molto cambiate e comunque, in effetti, ‘sto creatore mica l’ha pensata male
devo ammettere che l’ idea ha funzionato; nel mondo adesso ci sono esseri viventi adatti all’ ambiente in modo spettacolare
il libro poi racconta anche di come conosciamo il nostro passato ma non sappiamo quasi nulla per quanto riguarda il futuro
vi riassumo in poche parole:
all’ epoca, a forza di cambiamenti, sulla terra era anche apparso l’ uomo che, oltre alla postura eretta, rispetto agli altri animali, aveva anche il cervello più grande
ragionava, conosceva il proprio passato e anche il proprio futuro
purtroppo, pur essendo già fatto molto bene, aveva ancora un particolare che non andava: non era libero nelle scelte
quest’ ultima cosa dispiaceva abbastanza
allora, un giorno che il creatore era passato sulla terra per degli affari che non sto a spiegare, sennò la storia resta troppo lunga, un rappresentante umano esprime, a nome di tutti, la richiesta per ottenere questa splendida libertà, che ancora oggi abbiamo, che teniamo come esigenza prima, che cerchiamo giustamente di difendere in tutti i modi
e il creatore che fa: rimane due minuti sovrappensiero, aggrotta la fronte e…
con un bel sorriso, ecco come te la risolve
in un amen cancella dalla mente umana la possibilità di vedere il futuro
voilà la libertà
certo è stato un colpaccio, ma diversamente che libertà sarebbe venuta fuori?
bon, spero di non avervi annoiati
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12/09/2012 alle 14:40 #859242
ieri, mentre salivo al chersogno, mi sono venuti in mente certi personaggi che hanno abitato la borgata castiglione e cioè quella dove è nata mia mamma e dove ho passato le mie vacanze estive quando ero bambina comincio a raccontarvi di ninèt, soprannominato il rùssu (la prima u si legge alla francese, l’ altra invece è una u normale)
si diceva che fosse arrivato in borgata dopo la campagna di russia, quella a cui aveva partecipato anche mio nonno
si diceva anche che fosse diventato sordo in seguito al botto provocato dall’esplosione di una bomba, al fronte;
ninèt è sempre stato un solitario, molto schivo
se per caso era alla fontana e io mi avvicinavo, buttava lì qualche frase sul tempo
poi, quando tentavo di rispondergli, lui con la mano mi indicava le sue orecchie e scuoteva la testa
non ho mai capito se fosse davvero sordo
la sua casa era meticolosamente pulita, esageratamente sobria, come anche la sua persona
i suoi abiti, pur molto consumati, erano tutti rattoppati a piccolissimi punti; gli scarponi sempre lucidi e protetti da un velo di grasso;
ninèt interrompeva la solitudine dei suoi gorni di rado, quando, con lo zaino militare a spalle, scendeva a s michele per comprarsi una pagnotta rotonda, che gli faceva praticamente tutta la settimana, del formaggio e poi altro non so
non so che cosa si cucinasse, come fossero i suoi pasti; me lo sono sempre chiesto
l’ interno di casa sua l’ ho solo sempre visto di sfuggita, mentre mia mamma mi trascinava via per mano, dicendomi di non fare la curiosa
per quanto riguarda le spese, gli arrivava una pensione di guerra che, pur misera, gli bastava e, anzi, sicuramente gli permetteva qualche risparmio
ninèt passava gran parte del suo tempo a guardare nel suo binocolo: si era costruito dei sedili di pietra dislocati in punti strategici, sui sentieri intorno alla borgata
non so cosa osservasse, suppongo i passanti, o i camosci
castiglione era anche il rùssu
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29/06/2013 alle 00:36 #863018
MACCHIA Via in un attimo sei andata
nello stesso luogo dove il destino ti aveva portato al nostro amore,
avevi trovato amore a fronte dell’abbandono di un crudele cacciatore che non ti aveva “selezionato”
non eri abbastanza ubbidiente nella caccia.
La tua falcata
elegante
veloce
possente
ti ha accompagnato felice fino a poche ore prima della fine
fine improvvisa inaspettata che ti ha portato via,
correvi felice come sempre a cercar bastoni.
Mi eri accanto ad ogni passo,
ogni corsa nei boschi
ogni scalata in montagna
ogni movimento che facevo
mi seguivi con leale fedeltà
Stanca mai non eri
e mi ricordo
dell’ultima volta che abbiamo gioito della neve
sulla punta del musine’-
Una salita così dura
e il tuo entusiasmo, ancora non stanca, sulla sommità di quel monte scalato quante volte insieme.
Si era creata una simbiosi,
una complicità
quel rapporto particolare tra uomo e cane che finche’ non lo provi non lo puoi capire
I sorrisi che hai strappato ai momenti delle mie solitudini,
le gioie che mi davi con il tuo sguardo
quando abbaiavi perche’ non ti potevo portare a correre con me,
i tuoi occhi vivi e pieni di comprensione
Ed ora mi rimane un grande vuoto e il cuore ferito
per saperti non più di questo mondo, all’improvviso, senza preavvisi.
Ed ora, ora ti penso tra praterie di nuvole
correre tra boschi ovattati
felice, con la tua splendida falcata e le orecchie al vento,
libera,
sotto lo sguardo sornione del tuo amico Vasco.
Ed ora,
rimango a domandarmi dove, come, perche’
sicuro che caricherò un pò della tua falcata sulle mie gambe,
sicuro che stasera, quando correrò,
le lacrime si mischieranno al sudore
sapendo di non poterti avere mai più al mio fianco.
Grazie mia piccola dolce amica di avermi regalato momenti splendidi e unici.
Ciao Macchia, ti porterò sempre nel mio cuore.
Ale
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01/07/2013 alle 13:15 #863027
Ale, la tua perdita mi rattrista molto.. dolore che non conosco ancora ma capisco pienamente. Un abbraccio
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01/07/2013 alle 22:10 #863034SenzaMagnesite wrote:
Ale, la tua perdita mi rattrista molto.. dolore che non conosco ancora ma capisco pienamente.
Un abbraccio
Grazie, gli manca solo la parola ai nostri piccoli amici a 4 zampe, per il resto riescono a darti come e a volte molto più di tante persone, che corra felice tra le nuvole ora senza mai fermarsi.ciao Macchia
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15/07/2013 alle 20:27 #863189
..anche i luoghi di mare sanno stupirci… LE SCALELLE
Stacca il tuo udito
dal rumore dell’auto, dal rombo dell’aereo, dallo sferragliare del treno.
Un viaggio lungo ti ha portato sin qui.
Stacca il tuo udito,
abitualo
al canto naturale delle cicale,
al vento fra i rami dei pini,
dimentica cemento frastuono
e frenesia della vita moderna.
Sei stato catapultato a “Le Scalelle”.
Abituati
a sentire la voce della natura.
Le corde del tuo animo,
troppo spesso tese,
sono qui per tornare a respirare
l’aria delle “radici” di ognuno di noi.
Abituerai i tuoi occhi
a contare nuovamente le stelle, a carpire una luce irreale, a sentirsi esteti della bellezza.
Abituerai il tuo animo
a tornare alle origini
a riconoscere nuovamente visi amici
tra le rughe abbronzate dei pescatori,
tra le lente parole della gente del posto.
Sentirai
di storie, di cavalli e castelli e di gente che abitava questi luoghi.
Qui il tempo scorre senza frenesie, senza troppo cemento,
la natura regna ancora sovrana.
Le corde del tuo animo troveranno nuova linfa vitale,
il tuo animo sarà di nuovo libero di pensare
che esiste un mondo
reale, lento, semplice, pieno di ospitalità
che fa riemergere emozioni troppo spesso relegate in fondo al tuo cuore.
Tornerai,
con la serenità di un monaco tibetano
e un messaggio
di natura e di pace
per vivere nuovamente in perfetta armonia e tranquillità.
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09/06/2014 alle 22:58 #866635
TEMPORALE IN MONTAGNA Illumina
d’imporvviso il buoio circostante!
Lampo e tuono che segue
accecano la tua vista al riposo cui ti eri abituato
nelle more della sera
tra i vetri del rosso vino bevuto.
D’improvviso
ti riappare
sotto altra veste
prato, abeti e bosco
e piu’ giu’,
lassu’
come sentinelle
come fantasmi
sui prati dei pascoli
dove le greggi brucano erba sana,
d’improvviso ti appaion gli alpeggi
come fantasmi di un buoi silenzio
tornato per un attimo a rivivere.
Cerchi riparo
dall’imminente improvvisa catastrofe
che il tuono e il lampo voglion portarti.
Alpeggi,
messi lì a ricordare il tempo dell’attimo lento,
del correre delle stagioni e dei loro ritmi,
della vita secondo natura e della vita fatta di sana fatica.
Oggi abituati a stare dietro un pc, in un ufficio che ti prospetta grigie vedute
oggi abituativ ad assaporare solo il gusto di ciò che non è piu’ naturale
di tutto l’artificiale creato.
Ti ripari sotto una roccia,
ti rannicchi sull’erba umida e bagnata.
I tuoi occhi assaporano la meraviglia di un temporale in montagna
il tuo naso inala l’odore del bosco e dell’umido prima della scarica
vedi lontano la cima che domani ti regalerà vedute mozzafiato
ti concedi momenti di gioia in mezzo al pericolo del fulmine
perche’ quassu’,
sotto pioggia e i tuoni estivi
torni a contatto con la naturale vita che ci han donato
perche’ quassu’ ti senti nuovamente libero
invincibile ed eterno.
Tu,
piccola vita all’interno di un eterno naturale e continuo mutare delle stagioni
ritrovi te stesso.
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07/08/2014 alle 20:15 #866915
IRLANDA Ma io ti vedo,
ancora nei miei occhi
le tue CLiff of Moher,
le tue Slieve League,
cadono nell’Oceano
verso la fine del mondo.
Verde che si staglia nel blu del mare
giu’ ancora piu’ giu’ per 300 e passa metri.
Ti vedo
e sento alle spalle i venti che duellano
tra mare e terra
tra verde e orizzonte
tra civiltà e infinito.
Ma io ti sento ,ancora,su per il naso
l’odore della torba che ti copre
come una coperta d’inverno-
Io ti sento, nell’odore che lo “spirito” della tua birra nei pub di Dublino
mi sale su pel naso e mi ubriaca di una voglia di ricalpestare il tuo martoriato suolo.
Colline verdi, montagne, verdi, scogliere verdi paesaggio che bacia erba cielo e mare mi ritorna in mente
nel turbinio del ritmo indiavolato della tua musica
allegra e spensierata
e come per magia
sembra attraversare la strada buia,
oltre la pecora di turno sferzata dal tuo implcabile vento,
un folletto
come nelle migliori storie.
Presto torno
Irlanda!
E danzerò in notti folli
in giornate uggiose e assolate
su i tuoi verdi prati infiniti
verso la favola che inevitabilmente racconti!
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07/08/2014 alle 20:19 #866916
wow!!! quanti ricordi… -
25/12/2014 alle 17:19 #867791
Oggi il bosco suonava, diesis e bemolle nelle gocce, ai rami il compito della melodia e negli spazi vuoti le pause. Rumore assordante di acqua, è l’orchestra che prova gli strumenti e i colori sono un teatro senza biglietto con infiniti attori. Entro a metà spettacolo che sembra ricominciare solo per me, mi conoscono e scavano avidamente nei miei pensieri. E’ uno scambio, essi mi donano questa fisica musicalità ed io gli restituisco la loro giovinezza in uno specchio. -
04/05/2016 alle 21:53 #869277
VETTE DI VITA vita che regala gioie
E fa pagare dolori.
Trova la forza al calpestio dell’erba d’autunno
Al veder le genziane di maggio
I prati verdi di giugno
E all’affondar il tuo piede nella neve morbida di marzo.
Trova la forza di rispondere all’amarezza che la vita ti porta
Nell’anfiteatro che ti circonda
Di vette irregolari e improbabili
Di boschi geometrici e appesi
Di rocce dalle forme magiche.
Ora
Tu
Qualunque sia il tuo tormento
Qualsiasi schiaffo
La vita ti abbia schioccato
Prendi zaino e scarponcini
Pile pantavento e giaccavento
Lascia ogni pensiero della superficialita’ di questo mondo moderno
E cammina
Inizia a camminare .
Per ore
Per giorni
Perditi tra vette di vita vera
Assapora i silenzi e il senso dell’universo
Qualunque dolore sara’annullato
Qualunque vendetta sara’assolta
Cammina cammina
E ritrova il senso della vera e pura vita!!
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05/05/2016 alle 09:49 #869278
…ed esco di casa da solo questa volta, con un pò di solitudine e malinconia per quel nostro sogno che abbiamo perso ed è volato in cielo. Un bacio a mia moglie ancora avvolta nelle coperte; lo zaino appoggiato all’ingresso e poi via in auto, il sole comincia a crescere appena dietro le cime, niente occhiali da sole questa volta, voglio che mi abbagli, voglio salutare il primo sole.

[img]http://www.gulliver.it/uploaded/2016/medium/20160505113039.jpg [/img] (vista del Monte Mucrone da Monte Tovo)«
[…] Caro lettore, adesso posso rivolgerti una domanda: Tu la conosci una montagna? No? Allora cercala, trovala. Arriva in cima, in un giorno in cui ti sembra di non farcela. Cerca un posto in cui gli occhi possano frugare l’assoluto, in cui il cielo sia uno spettacolo privato solo per te. Siediti. Respira forte, lentamente, ingoia tutta l’aria, assaporandola come non fai da tempo. Guarda davanti a te verso l’infinito: e solo allora preparati a buttare via la rabbia, la delusione, la paura e il malcontento. Sono zavorre inutili. Fai che ci sia il silenzio, quel suo stesso silenzio. Aspetta con fiducia e qualcosa succederà. Qualcuno si metterà all’ascolto. Non chiedere, non proporre, non pensare. Semplicemente mettiti in ascolto. Avrai di colpo una percezione, capirai qualcosa che ti sfuggiva, qualcosa su cui non sapevi di poter contare. Capirai di avere una grande fortuna nascosta nella tasca: la tua vita, perché sei al mondo e sei lì…e non è cosa da poco. Quella bellezza intorno all’improvviso ti toccherà il cuore. È tua, ti appartiene, ne sei il padrone assoluto. E ne fai parte. Credi, non credi? Poco importa.Cerca il suo ricordo, cerca la sua voce, cerca il suo sorriso. Verrà. Lui Dio sapeva tirarlo giù dal cielo, lo prendeva per mano e lo portava qua. Tienilo un pò vicino, fagli posto accanto a te, e aspetta ancora senza fretta. Poi guardati di nuovo attorno e guardati dentro: tutto sarà come prima, ma nulla sarà come prima. Quel posto sarà il tuo santuario, tornaci tutte le volte che ne avrai bisogno. Lui e la montagna ti insegneranno ad amare e ad amarti.
Lino Zani (Era santo, era uomo. Il volto privato di papa Wojtyla)
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