albertber


Le mie gite su gulliver

Giudizio Complessivo :: *** / ***** stelle
In termini d'Oc: "ED bandà". Si tratta di una via dura fisicamente e psicologicamente, contestualizzata in un ambiente superlativo, soprattutto se ripetuta in tardo autunno, quando le prime spolverate di neve richiamano l'atmosfera delle highlands scozzesi.

Con Michele e Pietro, uno ha fatto un capolavoro sul terzo tiro: una di quelle lunghezze da 30 e Lode che richiedono una marcia in più. L'altro non ha battuto ciglio nonostante fosse la seconda via della sua vita.
Con dei soci del genere è sempre un piacere andare a scalare!

Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
Si tratta di una via di notevole impegno fisico e morale, da affrontare con una buona dose di timore e rispetto per l' "ambiente Scarason". Vista la non più lunga durata delle giornate abbiamo deciso di bivaccare presso il terrazzino spiovente di S 10, vuoi perché non eravamo sicuri di uscire in giornata, vuoi perché il primo bivacco della vita sotto le stelle, appesi in piena parete, è il giusto condimento per un'avventura che difficilmente scorderemo. Ammirare l'alba dalla parete dello Scarason penso arricchisca culturalmente e moralmente.
Nonostante la bassezza della situazione attuale, porta a pensare che forse non è tutto riducibile a Santanchè e Billionarie: c'è ancora qualcosa in cui vale la pena credere e per cui merita lottare con impeto fino in fondo. Una meraviglia simile ripaga appieno per il gelido bivacco.

Preventivando un bivacco abbiamo affrontato la salita con un saccone macroscopico fornito, per non tradire la tradizione gastronomica italiana, di lardo, salame cotto, gorgonzola, fontina, grana, pane, pollo impanato, nocciole, cioccolato, albicocche secche. Da aggiungere 5 litri d'acqua e mezzo litro di cocacola... vorremmo mica patire la sete, no? E' inutile aggiungere quanto sia complicato e faticoso gestire un fardello simile. Comunque con 11 ore di effettiva scalata siamo sbucati in cima alle 11 del mattino, accompagnati da un caldo sole di inizio autunno.
Senza saccone da recupero, molto più leggeri, per una ripetizione in giornata contare dalle 9 alle 12 ore.

A nostro parere, paragonandola alla vicina via Gogna-Armando, la Via Diretta risulta essere più impegnativa. La qualità della roccia è mediamente più sana, tuttavia bisogna considerare i gradi dei singoli tiri, sempre continui, e la totale esposizione e verticalità della via, da aggiungere ai famosi spit da 8 mm in alluminio del 1987, da maneggiare come dinamite pronta a esplodere. In gergo (almeno dal mio punto di vista): è incazzata nera.

Un grazie per le preziose informazioni e per il tempo dedicatoci a Fulvio Scotto e Massimo Rocca, autore della libera (!!!). Grazie anche al gestore del rif Garelli Colombo, che dal rifugio segue sempre con attenzione i frequentatori dello Scarason.

Con Michele, ormai socio storico.

P.S. I tiri più impegativi sono: L1, L5, L9 e L13. Si uniscono comodamente L4+L5 e L6+L7.
Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
L'ambiente, l'atmosfera trasportano a inizio '900, nella mistica Valle Gesso del "Lup", dei cacciatori-guide alpine-esploratori. Non c'è nessun sentiero, gli ometti che i rarissimi frequentatori costruiscono ogni anno sono spazzati via dalle acque o dalle valanghe. L'unico cenno materiale sono le ossa (di animali eh!) che di tanto in tanto si vedono camminando, chiaro invito ad evitare spavalderie e temerarietà in un ambiente gigantesco, "servaj" e repulsivo come il versante Sud del Monte Matto.

Il secondo tiro della via è sicuramente il più impegnativo, come arrampicata e come gestione delle corde. E' quasi impossibile evitare che queste tirino da bestia a fine tiro.
Ci si alza sopra la sosta in verticale per 4/5 m e qui diventa necessario proteggersi, si continua ora in traverso orizzontale a sx per altri 3 m. Posizionando un friend 1 BD il primo di cordata riesce, allungandosi molto, ad agguantare il cordino del nut incastrato (passaggio complicato per il secondo in quanto si procede in leggera discesa e il friend da tirare non c'è più). Sopra il nut c'è un bong non molto sicuro, che consente l'ingresso nel camino: ora le corde iniziano a tirare poiché ci si è ribaltati sopra il tetto. Con qualche friend medio si proteggono i metri a seguire. Dopo aver passato un chiodo si procede ora verso dx per risalire la bellissima lama: sono necessari diversi friend medio grandi (fino al 3 BD) a causa della sua lunghezza, 10/15 m. Finita la lama si deve traversare nuovamente in leggera discesa verso sx 5 metri per raggiungere la sosta (traverso valutabile intorno al 6a).
Se avete seguito un attimo il filo, è intuibile il tiraggio delle corde.

Con Ugo, che sul secondo tiro ha insegnato al pubblico l'arte del sapersi arrangiare con ogni mezzo e in qualsiasi occasione, grandissimo!!
Giudizio Complessivo :: **** / ***** stelle
(Note tecniche sopra)
Un giro del genere è la prova di quanto abbia da offrire paesaggisticamente il nostro territorio, che vede stravolta la geologia della zona da una valle all'altra.
Il tutto a vedendo il mare dalle cime.
Lo spigolo è bellissimo: aereo, panoramico ed estetico. Nei primi tiri non si incontrano placche verdoniane, è necessario scalare con un minimo di attenzione; dove però la difficoltà sale la qualità della roccia segue a ruota, offrendo passaggi di gran classe.
L'ambiente è tipicamente "ligure". Ampi spazi e pianori erbosi contrastano con improvvise pareti a picco di 300 m. Il carsismo ha trasformato la zona in un ghiacciaio pietrificato, occhio in caso di notte/nebbia a non finire in un buco!

Assolutamente da andare a fare!

I gradi in artificiale riportati si riferiscono all'apertura, ora prevale l'A0 con qualche passo di A1. Per onestà devo aggiungere che non ho riportato i gradi dei singoli tiri in libera perché ho munto come un vitello tutto quello che mi è capitato a tiro.

In Solitaria
Giudizio Complessivo :: **** / ***** stelle
Grand course alpinistica da avvicinare con un sano rispetto, che sicuramente merita di essere "collezionata".
Utilissima per sentirsi ribadire che l'uomo conta meno di zero se paragonato alla maestosità del posto.

Se affrontata in giornata, come tempi è fisicamente al limite della luce: contare dalle 16 alle 19 ore (macchina-macchina). Fondamentale raggiungere almeno la normale al Brec de Chambeyron (se si opta per questa discesa) con la luce! E' pleonastico aggiungere che il meteo deve rimanere spaziale per un buon giorno emmezzo: in caso di imprevisto se arriva il brutto si è eufemisticamente fottuti.

Su tutto lo sperone, circa 800/900 m, si incontrano 6-7 chiodi di progressione (fatta eccezione per poche soste, v. relazione di liviell), quindi oltre ad una complicata ricerca dell'itinerario è necessario il giusto corredo alpinistico: una serie di friends fino al 2 BD (micro inclusi; volendo doppiarne pure qualcuno), nuts chiodi e martello; noi avevamo anche 2 "nut ball", rivelatisi molto utili. Non risparmiare su fettucce e allunghi di sorta.

Discesa passando per il Brec de Chambeyron.
Una volta giunti sull'anticima del Parias Coupà raggiungerne la cima con una facile cresta su roccia ottima (10/15 min). Proseguire quindi in direzione Brec seguendo il filo ora in discesa: si giunge su terreno più facile da attraversare su strette cengie, mantenendo sempre il lato Ovest. Proseguire cercando l'itinerario più facile senza tenersi troppo in prossimità del filo, sono presenti passaggi più facili (sporadici passi di III) 40 m circa sotto di esso (sempre lato Ovest!).
Puntare all'imponente torrione antistante il Brec, per raggiungere il colletto detritico che lo precede (ometto, 1h e 20').
Passare ora sul versante Nord-Est: la qualità della roccia peggiora drasticamente. Scendere una cengia-canale di circa 70 m per poi proseguire quindi più in orizzontale. Si devono affrontare una serie di selle detritiche abbastanza esposte, le quali conducono alla normale del Brec (1h e 10', qualche ometto, consigliato procedere ancora in conserva).
La normale è ben segnata con numerosi ometti, e in 30-40' min circa conduce sulla falda detritica finale.

Osservazione: a nostro parere la valutazione D+ non ha motivo di essere presa sul serio. Anche se la via non presenta passaggi di arrampicata "dura", si svolge su terrain d'avventure con roccia piutttosto marcia (eccetto per brevi tratti) e poco proteggibile, con un costante ingaggio. Considerando anche l'eterna e complicata discesa più l'impossibilità di ritirarsi, proponiamo un TD tondo tondo.

Con Matteo, efficiente e di ottima compagnia




Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
Questa via è da ripercorrere assolutamente per la logicità dell'itinerario e per il suo interesse storico, per non parlare della fama degli apritori in ambiente marittimo.
Purtroppo poco ripetuta, presenta alcuni passaggi non pulitissimi, con tratti (brevi) erbosi e qualche presa traballante. A mio parere, tuttavia, in tali condizioni questa via ha un sapore più selvatico, e non so fino a che punto possa essere un difetto. Consigliata.

Con Matteo B., davvero un gran socio!
Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
Non ho mai creduto alla storie sui sogni.
Tuttavia dopo aver consumato relazioni cartacee e multimediali, dopo averne parlato a lungo: "come fare, come non fare, ce la facciamo a passare da lì? come sarà?", riuscire a raggiungere una meta studiata, meditata (e sudata!) a lungo legittima le emozioni che si provano a sbucare in cima al Bianco sulla scia di un sogno.
Più di friends e ferraglia credo sia importante il desiderio di realizzare una salita; almeno per noi, in questo caso, è andata così.

Abbiamo spezzato l' avvicinamento al Pilastro in due giorni: prima sera al Monzino e seconda sera ai bivacchi Eccles. A parer mio logistica fondamentale per l'acclimatamento.
Il ghiacciaio del Brouillard è in ottime condizioni, perfetto rigelo notturno e ottima traccia.
Consiglio di sfruttare i tempi morti al bivacco per studiare la discesa fino alla conca glaciale sotto i pilastri del Brouillard. Siamo scesi 20 m dal vecchio bivacco (ometti) per poi tenere leggermente la dx fino alla calata (lasciato cordino viola), da affrontarsi con estrema rapidità data la totale esposizione al brutto seracco soprastante. Quindi abbiamo seguito l'ottima traccia su terreno nettamente più tranquillo fino al canale a sx del Pilastro Rosso.
Dal termine della via piegare decisamente a sx per raggiungere i pendii del Picco L. Amedeo, caratterizzati da roccia molto marcia: seguire la linea che si preferisce, ad intuito.
Raggiunto il P.L.A. la cresta si complica. Percorrere un ventina di metri mantenendo il filo fino a reperire un sosta su cordoni per una calata da 25 m, che deposita ad una piccola sella in prossimità del picco successivo. Proseguire quindi sul filo con sali-scendi (eventuale tiro di corda da 50 m). La neve quindi diventa protagonista. Proseguire per affilate crestine nevose e tratti rocciosi fino al Monte Bianco di Courmayeur. Da qui in 20 min si giunge sul Monte Bianco di Chamonix.

Le possibilità per la discesa sono molte. Si possono raggiungere i rifugi Cosmiques o Torino seguendo la via dei Tre Monti, altrimenti è percorribile la normale italiana (pt di appoggio: rif. Gonella), oppure si può seguire l'Arete des Bosses.
Noi abbiamo scelto per quest'ultima, la quale tra l'altro offre grandiosi paesaggi, illuminati dalla luce del tardo pomeriggio (con sviluppo maggiore delle altre discese, ma senza significative risalite e con limitati pericoli oggettivi). Inoltre strada facendo ci sono diversi punti di appoggio, vedi la capanna Vallot, il Gouter o il rifugio sottostante.
Lasciandoci trascinare dalla gravità abbiamo raggiunto la stazione del trenino (Nid d'Aigle) a 2300 m. Seguendo il nostro percorso il dislivello negativo è sui 2500 m, ma come vantaggio si "dorme" a 5 m dall' arrivo del trenino la mattina dopo (prima corsa alle 8:30). Noi siamo sbucati sul Bianco alle 17, per arrivare al Nid d'Agile alle 23.
A parer nostro il TD+ è un po' riduttivo se si decide di proseguire fino in cima al Bianco.

Informazioni per il ritorno al parcheggio in Val Veny
-Dal Nid d'Aigle si raggiunge La Fayet con circa 1h e 45' di trenino (28 euro a testa)
-Dal termine della corsa raggiungere la stazione ferroviaria; treni per Chamonix: 1h circa di treno, 6 euro a biglietto
-Arrivati a Chamonix raggiungere Place de la Gare da dove partono i bus per courmayeur: 14 euro a testa, 45' di viaggio
-Si arriva quindi alla stazione bus di Courmayeur, dalla quale partono frequenti navette per la Val Veny: 2 euro a biglietto.
Quindi dalla stazione di Nid d'Agile alla Val Veny contare dalle 6 alle 8 h di viaggio.

Ottima cucina e ospitalità al rifugio Monzino.
Un saluto agli amici bresciani Claudio e Stefano incontrati durante l'avvicinamento.

Le avventure hanno un altro sapore se condivise con un grande amico.
Con Michele
Giudizio Complessivo :: **** / ***** stelle
Prima di tutto complimenti agli apritori che hanno regalato ai posteri un itinerario accessibile anche a chi non è un drago della libera, lasciando tuttavia bei tratti obbligati (6a/6b) e numerosi passaggi alpini da proteggere self-made.
Incredibile cosa ha da offrire questa via: diedri, fessure, tettini, placche verdoniane, "cannelures" e qualche tiro marcetto per far capire, nel dubbio, chi comanda.

Non abbiamo usato il cliff. Lungi da noi velleità liberatorie di sorta, ma il nostro cliff oggi non funzionava. Ugo da volpone della vecchia guardia allora è ricorso alla staffa, dimostrando chi comanda tra lui e gli spit.
Portare friends fino al 2 BD, molto comode misure medio-grandi nei diedri di L7 e L12; non molto utili i nuts.

A mio parere le doppie sulla via sono assolutamente proibitive: incastro quasi matematico con rischio concreto di rovesciarsi sulla testa pile di piatti appesi in parete. Consiglierei quindi di uscire in ogni caso, anche perché la passeggiata dalla cima è veramente contemplativa.

Sempre mistico l'ambiente delle Liguri.
Con Ugo Caplin, sempre di ottima compagnia!

Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
E' una linea nata da un'intuizione che ha del poetico, i nomi degli apritori ne sono la garanzia; particolarissimo il secondo tiro!
L'avvicinamento tra pietraie e bosco verticale scoraggia i frequentatori, ma conserva un ambiente "servaj" e un po' nostalgico. Bellissimo il primo tratto di sentiero nella faggeta, il cui accesso sono i Tetti Lup, residenza per il periodo estivo del (leggendario) Andrea Ghigo, detto "il Lup".

Consiglio di doppiare i friends grandi (1,2,3 BD), molto utili anche nuts medio-grandi per il terzo tiro. Inutili i chiodi.
Tutte le soste sono a spit più che decenti tranne quella al termine della seconda lunghezza, attualmente su un vecchio albero secco: attenzione perché quest'ultimo inizia ad accusare gli anni (si possono attrezzare ottime soste nelle vicinanze!).
A mio parere il terzo tiro non è il più duro (forse in libera), in quanto ottimamente proteggibile.
Per arrivare alla sosta del quinto tiro bisogna ribaltarsi su placca alla sx di uno spigolo; questo passaggio non è da sottovalutare assolutamente, è molto tecnico e in caso di caduta c'è da farsi male (ovviamente è il parere di uno che scala su gradi umani).

Vivamente consigliata! Una perla della Valle Gesso

In solitaria
Giudizio Complessivo :: ***** / ***** stelle
Un itinerario incredibile che si snoda in quel capolavoro orogenetico che è il Monte Bianco; d'obbligo almeno una volta!

Lunedì mattina siamo partiti con uno scarso rigelo notturno, la neve in cresta era fastidiosamente sfondosa (ieri sicuramente in ottime condizioni di rigelo grazie ad una notte senza muffa, noi eravamo ancora in zona ma con altri obbiettivi).
Il canale di accesso è ancora buono, come le condizioni complessive per l'intero itinerario: traccia autostradale sia in salita sia per l'infinito (!!) ritorno Maudit-Col Flambeau.

Benchè non sia da sottovalutare, a mio parere non è necessario caricarsi di ferraglia come sherpa. Nei passaggi "critici" si trova sempre il chiodino giusto a cui fare affidamento, pertanto 3/4 friends medi sono più che sufficienti. Comoda anche qualche fettuccia.

Con Michele, la guide.






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Tutte le sue gite

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